IL GIAPPONE E L'EROGATORE WATANABE-ŌGUSHI

Andrea Campedelli

Nonostante la sua tradizionale cultura dell'apnea, il Giappone si è sempre interessato agli sviluppi tecnologici nel campo delle attività subacquee. Malgrado il relativo isolamento imposto dalle autorità Shogunali fino alla metà del diciannovesimo secolo, sia il governo che gli industriali e soprattutto i militari, ben consapevoli dei recenti progressi oltre i propri confini, diedero inizio a consistenti importazioni di attrezzature subacquee già dal 1857. Il primo uso ufficialmente registrato di attrezzature da palombaro risale al 1866, quando un certo Mankichi Ueda effettuò un'immersione per riparare una nave inglese. In questo periodo, come molte altre marine dell’epoca, anche quella giapponese si dotò dell'autorespiratore subacqueo Rouquayrol-Denayrouze, un sistema di erogazione a domanda che poteva essere utilizzato sia con la manichetta collegata alla superficie sia come unità autonoma, come ampiamente descritto nell'articolo pubblicato su queste pagine in maggio 2024.

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1 - Autorespiratore francese  Rouquayrol-Denayrouze del 1864

Con la restaurazione Meiji nel 1868 e la conseguente apertura dei confini, gli equipaggiamenti da palombaro iniziarono ad essere importati non più solo da enti governativi, ma anche da privati come il già citato  Mankichi Ueda, che nel 1872 acquistò 10 corredi subacquei per uso commerciale di fabbricazione inglese. Non passò nemmeno molto tempo che, sulla spinta dell’aumentò della domanda del prelibato mollusco Abalone, alcuni sistemi per palombaro iniziarono ad essere prodotti direttamente in Giappone, specialmente dopo il 1877.

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       2 - Casco da palombaro             giapponese Kimura 

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3 - Casco da palombaro giapponese Kimura

La maggior parte dei caschi di fabbricazione giapponese, fino alla metà del 1900, erano costruiti sul design dei caschi Inglesi Siebe e fatti interamente a mano. Altro grande impulso che nel paese del Sol Levante portò all’aumento della domanda di operatori subacquei e quindi di attrezzature subacquee, deriva dallo sviluppo vertiginoso della coltura artificiale dell’ostrica perlifera. Tecniche di coltivazione delle perle sono state sviluppate nel Kansai fin dalla fine del diciannovesimo secolo, insieme alla creazione di grandi allevamenti di acquacoltura, come accaduto nell'isola Mikomoto a Toba, divenuta famosa come "isola delle perle".

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4 - Pescatore giapponese di perle e Abalone nel 1905

ll problema che sorge con l'espandersi di queste coltivazioni e  con il conseguente aumento della produzione, sta nel fatto che il palombaro con la sua goffa e pesante attrezzatura si rivela troppo lento nello svolgere il delicato compito di inseminare e accudire il prezioso mollusco. Tanto che per questo delicato processo tecnico furono preferiti gli apneisti Ama poiché si rivelavano molto più duttili, specialmente per le operazioni su larga scala. Nello stesso periodo, proprio per questi importanti sviluppi nella coltivazione delle perle, il Giappone diventa un luogo d’innovazione tecnologica di attrezzature sub. Un paio di occhialetti subacquei a basso volume, chiamati Mīkagan (ミーカガン), vengono realizzati a Okinawa nel 1884 da un certo Yasutarō Tamagusuku. In seguito verranno sperimentati occhialetti con un dispositivo di equalizzazione della pressione formato da due perette flessibili, che consentivano immersioni più profonde.

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5 - Occhialetti Mikagan originali

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6 - Occhialetti con sistema di  equalizzazione della  pressione

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7 -  Occhialetti con perette

Come accennato, l'attrezzatura da palombaro in Giappone era disponibile e utilizzata nella coltivazione delle perle già dalla fine del XIX secolo. E anche se offriva ai sub tempi d’immersione più lunghi e a profondità più elevate, si è sempre cercato un approccio più leggero, visto che le immersioni venivano effettuate principalmente su bassi fondali. La possibilità di estendere i tempi d’immersione poteva essere alquanto allettante ma, oltre al suo costo e alla poca mobilità concessa, questo tipo di sistema richiedeva a supporto del subacqueo un equipaggio in superficie non trascurabile; il che, oltre ad aumentare le spese, riduceva drasticamente la forza lavoro disponibile. Questi motivi spinsero i vari proprietari di allevamenti perliferi a cercare un'alternativa, così iniziarono a servirsi ampiamente di molti operatori Ama. Nonostante la loro efficienza fosse decisamente ridotta a causa della breve durata delle immersioni (una media di 1 minuto trascorso sott'acqua, seguita da 1minuto di recupero in superficie), erano a disposizione in tanti, costavano poco e soprattutto erano agili. Questa situazione di frenesia produttiva diede la spinta alla ricerca di nuove attrezzature, con l'obiettivo di colmare il divario tra la mobilità dei pescatori Ama e l'efficienza delle immersioni con attrezzatura da palombaro, ma con molti meno vincoli. Ed è in questo contesto che nel 1916 l'imprenditore di perle Riichi Watanabe, molto probabilmente condizionato dalla breve autonomia offerta dagli apparati Rouquayrol-Denayrouze della Marina Imperiale, e forse dalla conoscenza dei dispositivi Fernez che erano stati presentati nelle varie fiere industriali nello stesso periodo, unisce le forze con l'amico macchinista Iwao Ōgushi per lavorare insieme su un agile autorespiratore subacqueo che potesse essere utilizzato in autonomia o collegato alla superficie. In aiuto, visto che nessuno dei due era subacqueo, viene invitato a partecipare al progetto un sub professionista, il capitano Yumihachi Kataoka. Grazie al suo input, dopo poco tempo vede la luce la valvola a richiesta controllata tramite i denti. Un sistema che effettivamente libera le mani dei subacquei e li svincola da equipaggiamenti pesanti. Il comandante Kataoka testa il dispositivo, immergendosi fino a 60 metri nelle cupe acque vicine al porto di Yokosuka e poi nelle isole del Pacifico meridionale, possedimenti dell'Impero Giapponese. Nel 1918 il comandante Kataoka fonda la Tokyo Submarine Industrial Company Inc. per produrre il dispositivo respiratore Ōgushi sia per il Giappone che per l'estero.

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8 - Pubblicità della Tokyo Submarine Industrial Company Inc.

L'apparecchio  prese il nome dal suo inventore Iwao Ōgushi e fu brevettato in Giappone nel 1918, poi nel 1920 all'estero. Nel Regno Unito con brevetto n. 131.390, negli Stati Uniti col n. 1.331.601, in Francia col n. 496.716 e in Italia. Un aneddoto molto singolare è che a descrivere probabilmente per primo al mondo occidentale il funzionamento dell’apparecchio Watanabe–Ōgushi sarà proprio un italiano, il sottotenente di Vascello Umberto Cugia di Sant'Orsola. Addetto Navale a Tokio dal 1919 al 1921, al suo ritorno in patria lo descrisse in un approfondito articolo sulla rivista “La Marina Mercantile Italiana”. Successivamente il sistema fu adottato da diversi soggetti e in diversi luoghi, in particolare dalla Marina Sovietica in una missione di salvataggio ben documentata. È interessante riportare che sempre in Giappone un altro sistema, molto simile e spesso confuso con l'originale, è stato brevettato all’incirca nello stesso periodo. Si tratta del respiratore Yamamoto o Yamamoto-shiki sensui no tomo.  Benché meno conosciuto del progetto Ōgushi, era in realtà più comunemente usato. Presumibilmente perché adottava una maschera gran facciale e il meccanismo della valvola a richiesta, sebbene simile, risultava più comodo rispetto al progetto di Ōgushi. Da notare che il comandante Kataoka conosceva di certo Yamamoto, l’inventore del respiratore Yamamoto-shiki, il che fa supporre che ci sia stata una sorta di relazione  diretta tra questi due dispositivi tanto simili e contemporanei.

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9 - Respiratore Sensui no Tomo di Yamamoto

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10 - Schema del respiratore Sensui no tomo di Yamamoto

Detto ciò, l’apparecchio Watanabe-Ōgushi è particolarmente intrigante per il suo design, che includeva vere innovazioni tecniche. Per di più si identifica con il suo scopo primario, direttamente collegato alle esigenze di un’industria fiorente come quella della coltivazione delle perle. Praticamente, si tratta di un sistema di respirazione subacquea che si può utilizzare collegato da una manichetta a una pompa a mano a 4 cilindri alternativi in grado di arrivare a 200 bar di pressione, oppure  come unità autonoma.

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11 - Operatore alla pompa di Watanabe

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12 - Pompa manuale alternativa a quattro cilindri brevetto Watanabe

Purtroppo di questa pompa non esiste alcun disegno tecnico o spiegazione che ne mostri l'esatto funzionamento. Un'ipotesi è che il progetto potesse derivare dalle pompe booster prodotte dalla tedesca Dräger di Lubecca agli inizi del 1900.
Nella versione autonoma il subacqueo indossava sulla schiena una o due bombole contenenti aria compressa. La bombola standard era di circa 6,5 litri e veniva caricata a 150 bar, il che permetteva di avere a disposizione dell’operatore 1.000 litri d’aria. Inoltre, era già dotata di un manometro per la lettura della pressione residua. Per quanto riguarda il dispositivo di erogazione vero e proprio, veniva azionato attraverso delle valvole a richiesta e attivato manualmente. Come detto, il flusso d'aria era poi controllato dalla pressione dei denti del sub sulle levette della valvola.
Il sistema, per come era concepito, implicava che il subacqueo dovesse inspirare attraverso il naso racchiuso in una maschera di forma rotonda, simile a quelle moderne, che comprendeva gli occhi e il naso lasciando scoperta la bocca. Alla maschera era applicato un iniettore d'aria. Il flusso risultava proporzionale alla pressione dei denti (pressione più forte = apertura della valvola più ampia = flusso d'aria maggiore). Dopo avere inalato attraverso il naso, il subacqueo doveva allentare la pressione interrompendo il flusso, cosi poteva espirare attraverso la bocca. Un'altra caratteristica del sistema era che il flusso poteva essere calibrato prima dell'immersione in base alle esigenze del sub, regolando il riduttore di pressione tramite un comando con vite di regolazione manuale.

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13 - L'apparecchio Watanabe-Ōgushi

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14 - Watanabe-Ōgushi  posteriore

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15 - Watanabe-Ōgushi a narghilé 

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16 - Watanabe-Ōgushi a narghilé 

 

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17 - La maschera erogatore Watanabe-Ogushi

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18 - L'unità autonoma Watanabe-Ogushi completa di maschera, bombola, manometro

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19 - La maschera con la valvola a richiesta da azionare con i denti e i tubi del sistema a narghilé

Riassumendo, il Watanabe-Ōgushi era composto da una maschera in gomma fissata al viso da due doppi cinghioli che si allacciavano posteriormente. Il vetro frontale era bloccato da una reggetta di metallo. Una valvola a richiesta era fissata alla struttura esterna della maschera e in linea con  la bocca del sub, che rimaneva fuori dalla maschera. L'aria proveniene dalla fonte utilizzata, la pompa di superficie o le bombole, arrivava alla valvola suddetta comandata da due brevi leve, una fissa e l'altra mobile. Per aprirla il subacqueo doveva stringere i denti, in modo che l'aria fluisse nella maschera. A questo punto inspirava attraverso il naso, poi nella fase successiva apriva i denti, la valvola si chiudeva interrompendo il flusso e l'espirazione poteva avvenire attraverso la bocca.

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20 - Schema dell'apparecchio Watanabe-Ogushi vista laterale

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21 - Schema dell'apparecchio Watanabe-Ogushi vista frontale

 

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22 - Particolari della valvola a richiesta comandata dai denti

 

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23 - Particolari della valvola a richiesta comandata dai denti

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24 - L'apparecchio Watanabe-Ōgushi prodotto su licenza dalla sovietica EPRON

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25 - L'apparecchio Watanabe-Ōgushi prodotto su licenza dalla sovietica EPRON

Se di primo acchito il livello di autonomia ottenuto avrebbe fatto pensare ad una facile affermazione del sistema, l'unità e i modelli derivati non incontrarono un grande successo commerciale, nonostante l'uso in missioni di salvataggio e recupero (inclusa quella del Prince nel 1927 nella baia di Balaklava in Mar Nero), e della tardiva adozione da parte della Marina Sovietica. Tanto che  nel 1926 la compagnia di Kataoka firmò un contratto per la licenza di produzione dell'apparecchio con un'agenzia sovietica chiamata EPRON, abbreviazione di "Expedition for Underwater Works of Special Purpose in the Black Sea".
La realtà si scontrò  con i continui progressi tecnologici e le invenzioni del ventesimo secolo, che culmineranno vent'anni dopo con l’avvento dell'erogatore Cousteau-Gagnan.

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26 - Iwao Ogushi

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