1992 - CROCIERA SUB NEL MAR ROSSO SUDANESE

Luigi Fabbri

Questo articolo è stato scritto trentacinque anni fa al ritorno da una crociera in Sudan, con il fresco entusiasmo suscitato da quel mare straordinariamente ricco di vita, dall'esplorazione del sito del Precontinente II di Cousteau con le varie strutture ancora ben riconoscibili. E con le sensazioni provate all'aereoporto di Port Sudan, quand'era un capannone col tetto in lamiera e 40° irrespirabili all'interno, dove il militare addetto ai controlli aprì uno per uno gli scatolini Kodak dei miei 30 rullini fotografici. Più tardi, finalmente, l'arrivo al porto e l'accoglienza in barca avevano subito cancellato quel brutto lungo momento.

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Nabir ha imparato a vedere il suo mare dal di dentro trent'anni fa, quando faceva parte come guida locale dello staff di Cousteau nella spedizione che portò all'esperimento "Pre-Continente II".  Un'esperienza che lo ha fatto diventare l'accompagnatore prezioso dei sub che da allora si avventurano in quei luoghi ancora privi di strutture turistiche. Da oltre 10 anni comanda il "Felicidad", trentatré metri di barca in legno le cui linee classiche sono ormai parte integrante del mare sudanese, punteggiato periodicamente dalla sua presenza discreta  in prossimità dei reef più famosi del mondo.

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1 - Il Felicidad

Appena saliti a bordo, il sorriso pacato di Nabir e la tavola imbandita cancellano le fatiche del viaggio e l'impatto con la cruda realtà di Port Sudan;  il pensiero corre subito alle immersioni e il fuoco di fila delle domande fa da spia alle voglie di ognuno. Chi chiede solo di squali, chi ha in mente di addentrarsi nelle viscere di qualcuno dei tanti relitti noti o solo segnalati, oppure vorrebbe dirigere immediatamente a sud dove ha saputo che è più facile incontrare le mante. Il primo appuntamento è scontato, l'"Umbria" è in attesa appena un miglio e mezzo fuori dal porto, emergente dall'acqua di poche decine di centimetri con le curve di alcune sovrastrutture. Da lontano sembrano delfini impietriti nell'attimo in cui si inarcano oltre la superficie. La grande nave, autoaffondatasi per non doversi consegnare agli inglesi all'inizio della seconda guerra mondiale, giace inclinata su un fianco addobbata  della straripante vita del Mar Rosso, che dà il benvenuto a chi si immerge in un contrasto irreale con la desolazione della costa. Le accoglienze di casa le fa un elegante pesce angelo dalla livrea azzurra pennellata d'oro. Divertito dai lampi del flash, schizza avanti e si ferma per essere raggiunto, quasi volesse farsi seguire per una visita guidata alla sua strana città sommersa. Il ponte è un intricato fiorire di alcionarie, coralli molli e gorgonie, abitato da pinnuti piccoli e meno piccoli, vicini ma separati come in un condominio. I gialli lutianidi sotto la poppa, più avanti i farfalla stendardo, poi gli anthias.

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2 - Anthias tropicali

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3 - La maestosa elica dell'Umbria

Da lontano i pelagici di passaggio si fermano un momento a guardare incuriositi prima di proseguire per le loro strade blu. C'è una gran voglia di entrare nello scafo attraverso i vari boccaporti, a visitare le auto Fiat degli anni Trenta e scoprire gli altri segreti delle stive, ma la scorta d'aria è presto agli sgoccioli. Il giro della nave finisce col ritorno all'impressionante elica proiettata contro la superficie traslucida, sembra quella di un antico mulino a vento. Si fa rotta a Nord per un itinerario divenuto classico, districandosi tra secche che devono avere tradito naviganti di tutte le epoche. Una breve linea di frangenti all'orizzonte segnala il reef di Abu Kesan dall'acqua di smeraldo, punto di ritrovo abituale di branchi di delfini. La speranza è di riuscire a fotografarli in immersione, ma loro non ci stanno e bisogna accontentarsi delle cernie, padrone incontrastate della lunga barriera. Anche a Shaab Gurna vi è una specie dominante e si fa presto a capire perché questo è chiamato "il posto delle ombrine", anche se ombrine non sono. Bellissime nel loro vestito giallo e argento, se ne stanno raggruppate negli angoli appartati, si stringono in schiere fitte a godersi l'ombra dei grandi ombrelli di corallo ricamato; oppure formano un tondo rasente  la sabbia candida del fondo, impegnate in null'altro che a mantenersi immobili, con i musi rigorosamente puntati nella stessa direzione e l'occhio attento rivolto benevolo al sub.

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4 - Ombrine Plectorhynchus gaterinus

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5 - Ombrine Plectorhynchus gaterinus

Si lasciano avvicinare e fotografare senza fuggire, chiedono solo che si pinneggi piano, che non si disturbi la loro gioia di vivere in paradiso. Sono centinaia, forse migliaia sparse in un'area ispezionabile in un paio di immersioni, ma non sono sole. Corvine, cernie e murene abitano lì intorno, i carangidi vanno e vengono mantenendosi a mezz'acqua, indifferenti ad una formazione di barracuda non molto grossi, rispettosi del barracuda senior che tiene d'occhio noi e loro rimanendo venti metri lontano, gigantesco e impressionante nella sua assoluta, austera immobilità. Di tutt'altro carattere si dimostrano i tozzi "rinoceronte", sono 18 e si spostano disordinatamente insieme, invadenti, non si capisce se più interessati a mangiare o a fare cagnara. Mancano all'appello solo gli squali, ne transitano un paio fuggitivi, troppo pochi per soddisfare chi è venuto quaggiù soprattutto per loro.
Rinunciando a far visita al "relitto delle Toyota" e dirigendo a Est, non si impiega molto ad arrivare al mitico Shaab Rumi, situato ad una ventina di miglia dal porto di partenza. E' il luogo del villaggio sommerso di Cousteau, il reef che non può non essere visitato da chi viene da queste parti, dove si concentra il meglio della vita del Mar Rosso, dove non mancano mai gli squali disposti ad accorrere per prendere il cibo dalle mani di chi ha il coraggio di porgerglielo. Si entra nella laguna attraverso una pass riservata ai naviganti esperti, l'acqua limpida  di un azzurro tenue si trasforma in blu-verde sulla barriera di fronte e diventa cobalto oltre di essa. Percorrendo il basso fondale lungo la parete interna si incontrano svariate specie di pesci in abito giovanile, l'impressione è di essere entrati in una nursery della natura. Le formazioni coralline, per un largo tratto quasi affioranti, sono l'impervio terreno di raccolta delle conchiglie da parte di incredibili pescatori locali, i quali vi camminano sopra a piedi scalzi.

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6 - Pescatori di conchiglie

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7 - La maschera rotonda è l'unica
attrezzatura del pescatore di conchiglie

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8 - Un pacchetto di sigarette in
 cambio di un'avventura in canoa

Arrivano dalla costa con una barchetta su cui vivono per giorni privi di tutto, calano fuori bordo una mini-canoa e con una maschera subacquea da museo ispezionano ogni buco, riempiendo sacchi di preziosi coni mimetizzati, invisibili per chiunque altro. Verso l'esterno il fondale degrada di un paio di metri ed anche qui pesci rinoceronte che grufolano incuranti, mucchi di "chirurgo" neri o azzurri, un maestoso trigone color carbone adagiato in una radura di sabbia. Poco più in là è mare aperto. Il versante di nord-est precipita verticale, si ha quasi timore di staccare gli occhi dal brulicare della parete di corallo per guardare nel cupo oltre le proprie pinne. Superando una punta il fondo si innalza in un gradino scosceso tra i -40 ed i -50 metri, ornato di grandi rami di gorgonie fiorite dei loro polipi bianchi.
A sud si apre l'anfiteatro sommerso che vide all'opera le squadre della Calypso e la prima visita è per una gabbia antisqualo, quasi sopraffatta dalla folla degli organismi bentonici.

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9 - La gabbia antisqualo

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10 - La cupola asciutta

   
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11 - Un ricovero per le attrezzature

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12 - La struttura a specchi

   

Come da rituale, si apre il sacco del pesce e i padroni di casa sono già lì invadenti, arraffano qualche pezzo e fuggono, poi tornano guardinghi o eccitati in rapporto alla loro mole e alla quantità dell'offerta. Se questa è abbondante e non si esaurisce in pochi attimi, l'euforia aumenta fino a diventare frenesia. Allora per qualche minuto gli squali sembrano andati in tilt. Diventano preda di una sorta d'esaltazione fatta di caroselli  e scatti rapidissimi verso l'esca che a volte danno l'impressione di non vedere distintamente, ma solo percepire con altri sensi sviluppatissimi. Si buttano a capofitto su qualsiasi boccone, contendendosi il migliore, schivando impauriti i fotografi smaniosi di primi piani, ma non sempre riuscendo ad evitarli. Dopo le prime esperienze, smettono di spaventare per un colpo casuale di coda ed anche per una violenta snusata dovuta all'odore di pesce rimasto sulla muta. Fa soltanto effetto vedersene puntare uno dritto addosso, forse tratto in inganno fino all'ultimo momento da un riflesso della maschera o dalla forma del flash, particolarmente gradito se è di colore giallo. Non c'è pericolo in questi giochi, ma il rischio è quello di eccedere nella confidenza, che può portare ad un morso accidentale dalle conseguenze imprevedibili. Si tratta il più delle volte di "grigi" o di altre specie della famiglia dei carciarinidi, di dimensioni non preoccupanti dato che raramente superano i due metri; tuttavia la dentatura e l'aggressività con cui si lanciano sul cibo devono consigliare prudenza. Quando la giostra comincia ad annoiare vien voglia di andare a caccia di emozioni nuove spingendosi profondi oltre l'orlata, che a Shaab Rumi come  altrove cela in certi giorni l'adunata dei martello. Eppure il bello di questo mare è soprattutto nei primi 20 metri, dove il corallo non è mai disabitato o disadorno di colori, con i farfalla sempre pronti a dare spettacolo, il pesce palla vellutato facile da accarezzare, l'incontro raro o particolare possibile in ogni momento. Come quello meno inconsueto di un tempo con la terribile corona di spine, la stella a 13 braccia "Acanthaster planci" golosa dei polipi del corallo,  i cui aculei incutono rispetto a tutti tranne che ai tritoni; oppure con la piccola razza maculata dalla lunga coda e dagli occhi a periscopio.

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13 - Corona di spine Acanthaster planci

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14 - Aquile di mare

Costeggiando il reef, sovente scortati da uno squaletto curioso che scodinzola timido tre metri più in basso, è bello guardarsi spesso intorno per incontrare il volo morbido delle aquile di mare, o il rapido arrancare verso l'alto della tartaruga diretta a prendere fiato dopo la lunghissima apnea. Vicino alla superficie nei mesi caldi non è raro l'incontro con le mante, a volte impegnate in un girotondo misterioso o nei loro balzi impressionanti fuori dall'acqua. Ed è possibile incrociare l'innocuo squalo balena dalla stazza immensa mentre procede a bocca spalancata per nutrirsi di plancton, indifferente ai sub che tentano affannati di cavalcarlo.
Dopo 12 giorni di mare senza porti nè isole si tocca volentieri terra al faro di Shanganeb, scendendo in capo al suo molo lunghissimo eletto a pista d'atterraggio dagli uccelli marini. Lo costruirono i sudditi di Sua Maestà britannica ed ora è presidiato da 4 o 5 militari sudanesi, gentili con i rari visitatori venuti per salire in cima all'eterna scala a chiocciola.

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15 - Il faro di Shanganeb

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16 - La laguna vista dalla lanterna del faro

Da lassù la barriera corallina si mostra protesa in due bracci a difesa di una laguna quasi rettangolare. Si distingue nettamente l'andamento del fondale, si riconosce il lungo balcone dei coralli a frusta, il bassofondo delle attinie con i loro clowns neri o variopinti, il blu dell'orlata a ovest dove si ripetono  le suggestioni degli altri reef, uno in gara con l'altro nel dimostrare ai sub che questo è il mare più bello di tutti. Il "Felicidad" attende con la prua già rivolta verso Port Sudan, domani si sbarca, ma prima di riprendere l'aereo sembra quasi d'obbligo  una visita alla città fantasma di Suakin. Un'impresa italiana ha costruito da poco una strada moderna intagliata nel deserto, percorsa da camion di tutte le epoche. Sui margini di sabbia appaiono a tratti file di dromedari e donne in costumi dai colori violenti, poi un cartello impensato dà il benvenuto alla città di un tempo.

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17 - Dromedari attraversano la nuova strada

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18 -  Donna in costume tradizionale

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19 - Suakin nel 1992

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20 - Suakin,  il porto abbandonato

La circondano baracche e povertà, dei suoi muri fatti di corallo divenuto grigio, polveroso, rimangono soltanto mucchi di calcinacci. Da lontano qualche guglia illude, ma sono scheletri destinati a sparire tra breve, aiutati nel crollo naturale dagli indigeni che ne strappano le poche travi di armatura per costruire i loro tuguri. Sulla riva del grande porto abbandonato, ormai inagibile per gli sbarramenti che vi ha innalzato il corallo,  sono rimasti gli scafi incompiuti di alcune barche che nessuno finirà mai di costruire.

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21 - Triglie tropicali Parupeneus cyclostomus 

 

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