2 - GLI INGLESI
La storia degli uomini rana inglesi durante la Seconda Guerra Mondiale è piuttosto articolata e, per la parte relativa alla sua organizzazione offensiva, deve molto ai risultati e agli sviluppi conseguiti dagli analoghi corpi militari italiani. I quali, in questo campo, costituirono il principale riferimento da seguire per tutte le altre marine che vollero dotarsi di questa specialità.
Il Regno Unito aveva già una importante tradizione nei lavori di recupero di relitti di navi e di costruzione manutenzione di opere portuali utilizzando il classico scafandro flessibile da palombaro, attrezzatura che era nata proprio in Inghilterra verso la metà dell’800. Tuttavia, le necessità belliche imposero un drastico cambio di passo in termini di uomini e mezzi, soprattutto per quanto riguarda l’enorme e pericolosissimo lavoro di sminamento dei porti inglesi e di quelli dei paesi dell’Europa del nord, dopo la ritirata delle forze di occupazione germaniche. A tal proposito, all’inizio del 1943, cominciarono ad essere costituiti alcuni corpi speciali (Naval Parties) che venivano addestrati nelle operazioni di ricerca subacquea di mine, proiettili ed esplosivi in generale e nella loro disattivazione (Fig. 55).
Un’altra importante esigenza dettata dalle necessità militari durante la fase finale della guerra, fu quella di neutralizzare o eliminare gli allestimenti difensivi messi a protezione delle spiagge nemiche prima delle operazioni di sbarco delle forze alleate. L’operazione più significativa a questo proposito fu lo sbarco alleato in Normandia (anche noto come D-Day) del 6 giugno 1944, durante il quale gli uomini rana inglesi del LCOCU - Landing Craft Obstruction Clearance Unit demolirono con cariche esplosive le installazioni subacquee difensive tedesche in corrispondenza delle vie di accesso per i mezzi da sbarco alleati (Fig. 56).
fig. 55 |
fig. 56 |
I ripetuti attacchi dei gruppi d’assalto della marina militare italiana ai porti di Gibilterra, Alessandria e Malta, spinsero gli inglesi a sviluppare una analoga specialità nell’ambito della Royal Navy. Come era naturale nel tipico approccio pragmatico inglese, nella preparazione di mezzi e attrezzature i britannici si avvalsero di quanto avevano appreso analizzando alcuni materiali recuperati dopo gli attacchi italiani. Nacquero così gli SLC o “maiali” inglesi meglio noti come Chariots (Fig. 57 e 58) e le mute stagne e gli autorespiratori ad ossigeno destinati ai loro operatori (Fig. 59 e 60), questi ultimi prodotti dalla Siebe, Gorman and Co. Ltd.
fig. 57 |
fig. 58 |
fig. 59 |
fig.60 |
Analizziamo ora in dettaglio questa attrezzatura iniziando dal vestito impermeabile che era simile, per quanto riguarda i materiali impiegati (tessuto di tela gommata con cuciture impermeabilizzate), alla muta Belloni degli operatori dei “maiali” italiani, ma si differenziava da questa per altri elementi fondamentali.
Questo vestito, per il quale l’Ammiragliato britannico compilò e diffuse nel 1944 uno specifico manuale d’uso e manutenzione (Fig. 61), era identificato come Admiralty Shallow Water Diving Dress, ovvero vestito per immersioni in acque basse dell’Ammiragliato. Era anche più noto come muta Sladen (Sladen Suit) in onore del comandante del reparto sperimentale della Marina Geoffrey Mainwaring Sladen che la inventò. Il principio di funzionamento di questa muta era direttamente derivato da quello del vestito da palombaro, ovvero uno scafandro completamente chiuso all’interno del quale la pressione era equilibrata con quella dell’ambiente esterno. Mentre l’accesso del palombaro all’interno del vestito era consentito dall’apertura ricavata a livello del collo, nella muta Sladen l’operatore poteva accedere attraverso una specie di protuberanza tubolare ricavata nella zona anteriore del vestito (Fig. 62).
fig. 61 |
fig. 62 |
A differenza dell’attrezzatura da palombaro, in questa muta il collare e l’elmo erano sostituiti da un cappuccio ed una maschera integrati in modo permanente nel vestito. Cappuccio e maschera erano indossati dopo che l’operatore era entrato all’interno del vestito attraverso l’ingresso anteriore (Fig. 63). Infine, l’apertura anteriore veniva chiusa e sigillata come mostrato nella Fig. 64 ed infine inserita all’interno di una protezione chiusa mediante legacci (Fig. 62). L’elemento di accesso e di sigillatura della muta Sladen era molto simile a quello impiegato nella muta Belloni. Durante la fase di risalita, l’aria all’interno della muta poteva essere espulsa all’esterno mediante una valvola di scarico posta alla sommità del cappuccio (Fig. 63). Il cappuccio di questa muta (che era impiegata anche in operazioni con sistemi collegati alla superficie) era anche predisposto per l’installazione di eventuali apparecchi di comunicazione telefonica.
fig. 63 |
fig. 64 |
Anche se queste caratteristiche rendevano la muta Sladen costruttivamente più complessa e di più difficile impiego della Belloni, il suo vantaggio principale era quello di poter essere compensata in pressione (bastava espirare un po' di gas dalla bocca) eliminando così il problema dello schiacciamento del vestito sul corpo dell’operatore, evento molto doloroso che affliggeva gli equipaggi dei “maiali” italiani quando erano costretti ad operare a quote rilevanti.
La forma particolare dell’apertura nella maschera era stata così configurata per consentire l’uso del binocolo quando l’operatore era in superficie.
Questa muta era odiata da coloro che la utilizzavano negli ambienti caldi e umidi all’interno dei sommergibili, soprattutto per le condizioni assolutamente spaventose di calore e sudorazione a cui gli operatori erano sottoposti dopo averla indossata, in attesa di poter uscire all’esterno del sommergibile. Per questa ragione si era diffuso tra gli utilizzatori un altro nomignolo, quello di “Clammy Death” ovvero “morte viscida”.
L’elemento di attrezzatura dove i britannici copiarono maggiormente gli italiani fu l’autorespiratore a ossigeno, che fu progettato e costruito in maniera quasi identica allo IAC modello 49/bis. L’Aro inglese fu progettato e costruito con lo stesso principio di funzionamento di tipo pendolare e anche il sacco polmone e il cestello della calce sodata erano quasi identici. La differenza principale era quella del diverso posizionamento delle bombole di ossigeno che, nella versione inglese, furono spostate dalla zona ventrale anteriore dell’operatore alla zona posteriore. Questa nuova posizione era considerata più comoda per gli operatori durante le fasi di pilotaggio dei loro Chariots. Grazie a questa modifica la zona anteriore ventrale venne usata per ospitare una zavorra che, nella configurazione britannica, doveva essere significativa soprattutto per la forte spinta di galleggiamento della muta Sladen. L’attrezzatura completa dei piloti dei Chariots inglesi è mostrata nelle Fig. 65, 66, 67 e 68, tratte da video originali del periodo bellico.
fig. 65 |
fig. 66 |
fig. 67 |
fig. 68 |
L’impresa più significativa di questi mezzi d’assalto inglesi ai danni delle installazioni militari italiane fu quella del 3 gennaio 1943 quando un equipaggio di Chariots, trasportato da un sommergibile, riuscì a penetrare all’interno del porto di Palermo e a far saltare in aria l’incrociatore leggero Ulpio Traiano, ancora in fase di costruzione.
Uno dei film più importanti sulle imprese belliche dei mezzi d’assalto britannici fu senza alcun dubbio “Sopra di noi il mare” (Fig. 69) una pellicola di produzione inglese del 1955 diretta da Ralph Thomas con titolo originale di “Above us the waves” (Fig. 70).
fig 69 |
fig. 70 |
Il soggetto del film è ispirato alle vicende belliche nelle quali fu coinvolta la flotta inglese durante la Seconda Guerra Mondiale, quando la battaglia dell'Atlantico iniziava a volgere a favore degli Alleati (1942). La minaccia rappresentata dalla corazzata tedesca Tirpitz costringeva la Royal Navy a mantenere impiegate ingenti forze nel nord Atlantico, allo scopo di controllare eventuali sortite della grossa unità a caccia di convogli, sottraendo così preziose risorse per la guerra contro gli U-Boot.
La corazzata tedesca si trovava ancorata nel fiordo di Trondheim in Norvegia, protetta da alte falesie, che limitavano fortemente la possibilità sia di attacchi navali di superficie che di attacchi aerei. L’Ammiragliato inglese decise così di attaccare la Tirpitz utilizzando i Chariots che avrebbero dovuto essere trasportati all’ingresso del fiordo fissati sotto la chiglia di un peschereccio norvegese. La missione fallì perché i Chariots si staccarono dalla chiglia del peschereccio ed affondarono a causa delle avverse condizioni del mare. I loro operatori furono così costretti a mettersi in salvo via terra raggiungendo il confine svedese (che era un paese neutrale).
Per nulla scoraggiato, l'Ammiragliato britannico organizzò per l'anno successivo una nuova azione (Operazione Source) con sommergibili tascabili di tipo X-Craft, i quali, trainati da sommergibili, furono da questi rilasciati all’ingresso del fiordo di Trondheim. Dopo il rilascio i battelli procedettero autonomamente in immersione fino a raggiungere il luogo di ormeggio della corazzata, per poi sferrare l’attacco conclusivo piazzando cariche esplosive al di sotto della sua chiglia. Durante la missione uno dei sommergibili, l'X3, riuscì a raggiungere il primo sbarramento di reti e ad aprirvi un varco, avvistando così la corazzata. Un altro dei battelli, l'X2, a causa di un'avaria alla bussola ed al periscopio, non riuscì a proseguire e fu costretto a posarsi sul fondo per non rischiare di fare scoprire le altre unità. La terza unità, l'X6, superò anche il secondo sbarramento ma, a causa di un guasto al timone, ebbe difficoltà a manovrare e per un attimo riemerse, venendo attaccato dalle batterie della nave.
Le cariche esplosive vennero infine sganciate dai due sommergibili, ma uno di essi rimase incastrato sotto la Tirpitz che, a causa della bassa marea, si era adagiata al di sopra dell'unità. Gli equipaggi dei due sommergibili riuscirono ad uscire dai loro battelli prima di essere fatti prigionieri dai tedeschi. Le cariche infine esplosero danneggiando seriamente la corazzata ed uccidendo l’equipaggio dell’X2 che era rimasto intrappolato nel battello e troppo vicino al luogo dell’esplosione.
Tra gli interpreti principali del film ricordiamo John Mills (comandante Fraser), John Gregson (tenente Alec Duffy) e Donald Sinden (tenente Tom Corbett).
La parte iniziale del film è dedicata alle fasi di selezione del personale dei Chariots e del loro addestramento. Durante queste riprese furono impiegate le mute Sladen originali (che restarono in dotazione della Royal Navy per diversi anni dopo la fine del conflitto mondiale) e l’evoluzione dell’autorespiratore a ossigeno usato durante la guerra (Fig. 71 e 72).
fig. 71 |
fig. 72 |
Questo autorespiratore fu denominato Clearance Divers Breathing Apparatus (CDBA) ed includeva diverse modifiche e miglioramenti rispetto alle prime versioni utilizzate durante la guerra (Fig. 73 e 74). In primo luogo, il filtro della calce sodata era molto più accessibile con l’introduzione di uno scudo rigido frontale che poteva esser facilmente rimosso e rimontato, evitando di stressare e lacerare la gomma del sacco polmone in corrispondenza del foro per l’introduzione del cestello. Oltre alle due bombole principali, che restavano nella posizione posteriore come nei primi apparecchi, era stata aggiunta una bombola di back-up più piccola in posizione anteriore. Il sacco polmone era provvisto anche di una valvola di scarico pre-tarata nella parte superiore sinistra (non presente negli Aro del periodo bellico).
fig. 73 |
fig. 74 |
L’autorespiratore comprendeva anche due capaci tasche per contenere la zavorra. Quella posteriore veniva normalmente riempita usando sfere di piombo (vedi Fig. 75 e 76).
fig. 75 |
fig.76 |
Ed infine questa unità poteva anche essere impiegata come SCR (Semi-Closed Rebreather) configurando opportunamente il sistema di erogazione del gas e sostituendo l’ossigeno con aria o altre miscele. Poteva essere abbinato alla muta Sladen con cappuccio e maschera integrata, oppure essere impiegato con una muta più leggera e, in tal caso, era collegato ad una maschera granfacciale separata.
Durante la parte finale della pellicola, dove si descrive l’attacco dei sommergibili tascabili X-Craft (Fig. 77) alla corazzata germanica Tirpitz, l’autorespiratore impiegato nelle riprese fu quello originale del periodo bellico, ovvero il DSEA (Davis Submerged Escape Apparatus), più familiarmente conosciuto agli addetti ai lavori come Davis, prodotto anch’esso dalla Siebe, Gorman and Co. Ltd. (Fig. 78). Questo apparecchio era in dotazione presso diverse marine militari (compresa quella italiana) già prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale ed era progettato in maniera specifica per consentire l’evacuazione e il recupero degli equipaggi dei sommergibili danneggiati e bloccati sul fondo.
fig. 77 |
fig. 78 |
Tuttavia, venne a più riprese usato anche per altri compiti, tra i quali quello mostrato nel film dove un membro dell’equipaggio di uno dei sommergibili tascabile X-Craft esce all’esterno del battello per verificare la posizione esatta rispetto all’obiettivo (Fig. 79 e 80).
fig. 79 |
fig.80 |
Un’altra importante pagina di storia delle imprese degli uomini rana inglesi fu quella scritta da Lionel Kenneth Crabb, meglio noto come Buster Crabb, indubbiamente il maggiore avversario degli uomini rana italiani durante i numerosi attacchi alla base inglese di Gibilterra.
Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, Crabb fu inizialmente arruolato come artigliere dell'esercito. Poi, nel 1941, si arruolò nella Royal Navy. L'anno successivo fu inviato a Gibilterra, dove istituì una unità subacquea specializzata nella ricerca e nella disattivazione dei vari ordigni esplosivi che i sommozzatori italiani attaccavano agli scafi delle navi alleate. Inizialmente, il compito di Crabb era solo quello di disinnescare le cariche esplosive rimosse dai sommozzatori britannici, ma poi imparò ad immergersi e diventò uno dei membri più attivi della sua squadra. Dopo l’Armistizio dell’8 settembre 1943 gli attacchi italiani a Gibilterra cessarono e, a partire dal 1944, Crabb e i suoi sommozzatori si trasferirono in Italia dove gli Alleati erano sbarcati e stavano risalendo la penisola, respingendo le forze germaniche sempre più a Nord. Qui gli uomini rana inglesi si occuparono principalmente dello sminamento dei porti riconquistati. Dopo la fine della guerra Crabb ebbe modo di fare conoscenza con alcuni dei sommozzatori italiani suoi ex nemici e di apprezzare il livello qualitativo delle attrezzature da loro impiegate (che poi utilizzò personalmente negli anni successivi). Buster Crabb, che aveva continuato a lavorare per la Royal Navy in missioni di spionaggio, scomparve misteriosamente nel 1956 durante una ricognizione subacquea commissionata dall'MI6 (il servizio segreto inglese) e avente come obiettivo un incrociatore della marina sovietica, ormeggiato all’interno del porto militare di Portsmouth.
La storia di Crabb e dei suoi uomini rana a Gibilterra venne raccontata, anche se in modo piuttosto romanzato, nella pellicola di produzione britannica “Ora X Gibilterra o Morte” (titolo originale in lingua inglese “The Silent Enemy”). Il film, uscito nel 1958 (Fig. 81 e 82), fu diretto da William Fairchild e vide tra i principali protagonisti Laurence Harvey (Lionel Crabb), Dawn Addams (ufficiale Jill Masters), John Clements (ammiraglio), Michael Craig (capo sommozzatore Sidney Knowles), Arnoldo Foà (Tomolino spia italiana).
fig. 81 |
fig. 82 |
La parte iniziale del film mostra la fase di addestramento e di organizzazione della squadra di sommozzatori artificieri da parte di Crabb. All’inizio questi uomini potevano contare su attrezzature minimali e non concepite affatto per quegli scopi. Non avevano alcuna protezione termica dal freddo se non spessi maglioni di lana e non disponevano nemmeno di pinne. L’unico autorespiratore disponibile all’epoca era il Davis (DSEA) citato in precedenza, che poteva assicurare soltanto 15/20 minuti di autonomia avendo bombole molto piccole. La foto della Fig. 83 mostra lo stesso Crabb equipaggiato con il Davis durante il suo tipico turno di lavoro. I sommozzatori durante le loro ispezioni di bonifica alle chiglie delle navi dovevano quindi riemergere frequentemente per sostituire le bombole di ossigeno. Durante le operazioni subacquee erano costantemente collegati alla superficie con una cima di sicurezza, che serviva come sistema di comunicazione ed era anche utilizzata per recuperare l’operatore in condizioni di emergenza.
Alcune sequenze che mostrano l’impiego del Davis sono illustrate nelle immagini tratte dal film e riportate nelle Fig. 84, 85, 86, 87 e 88.
fig. 83 |
fig. 84 |
fig. 85 |
fig. 86 |
fig. 87 |
fig. 88 |
Le imprese degli avversari di Crabb, gli incursori italiani, vengono mostrate nelle scene di apertura della pellicola con la ricostruzione dell’affondamento delle corazzate inglesi Valiant e Queen Elizabeth nel porto di Alessandria, evento che abbiamo descritto in precedenza. Nel film le sequenze di attacco alle navi inglesi, con la fase di avvicinamento dei maiali, l’applicazione e l’innesco delle testate esplosive sotto le chiglie delle corazzate e il successivo disimpegno, sono complete, efficaci e piuttosto realistiche ma storicamente un po' inesatte. Infatti, l’uso delle pinne, che si possono vedere nelle Fig. 89 e 90, non era contemplato dagli operatori italiani dei “maiali” per questo tipo di missioni.
fig. 89 |
fig. 90 |
Anche la ricostruzione dell’organizzazione segreta italiana a Gibilterra è molto realistica nel film, comprendendo la base di partenza degli uomini Gamma presso Villa Carmela e la petroliera Olterra, modificata per consentire l’assemblaggio, la partenza e il rientro dei maiali al termine delle loro missioni verso il porto inglese (Fig. 91 e 92).
fig. 91 |
fig. 92 |
Nel soggetto del film è inserito anche l’episodio che portò alla tragica morte del tenente di vascello Licio Visintini e del sottocapo Giovanni Magro, avvenuta l'8 dicembre 1942 e probabilmente causata dallo scoppio di una carica esplosiva lanciata da una motovedetta di difesa portuale. Si racconta che questa tattica di difesa fosse stata introdotta dallo stesso Crabb.
Essendo una produzione britannica, i materiali utilizzati nel film dagli uomini rana italiani furono scelti tra la produzione inglese di quel periodo. E infatti gli autorespiratori recuperati dai corpi di Visintini e Magro non erano altro che i Cdba descritti in precedenza (Fig. 93 e 94). In questo caso l’apparecchio era accoppiato a una maschera granfacciale a vetro rotondo.
Le attrezzature scelte nel film per le missioni degli uomini rana italiani furono basate sulla tipica configurazione dei frogmen inglesi degli anni ’50, come mostrato nella Fig. 95. I componenti principali di questa attrezzatura erano costituiti da una versione semplificata dell’autorespiratore Cdba, identificata dalla codifica dell’Ammiragliato inglese A.P. 5562A (Fig. 96), da una muta impermeabile in gomma prodotta dalla Dunlop (Fig. 97 e 98) e dalle classiche pinne asimmetriche da incursore copiate dalle Owen Churchill americane e anch’esse prodotte dalla Dunlop con codifica dell'Ammiragliato A.P. 3386 (Fig. 99 e 100).
fig. 93 |
fig. 94 |
fig. 95 |
fig. 96 |
fig. 97 |
fig. 98 |
fig. 99 |
fig. 100 |
Il film è molto realistico per quanto riguarda le operazioni di sminamento sotto le chiglie delle navi, ma contiene sequenze del tutto fantasiose e storicamente false come quelle del combattimento subacqueo corpo a corpo tra i sommozzatori italiani e inglesi, o come la scena finale nella quale Crabb e il suo secondo Knowles, utilizzando il maiale recuperato di Visintini e di Magro, riescono ad applicare la sua testata esplosiva sotto la chiglia dell’Olterra e a farla saltare in aria, insieme a tutto il gruppo degli incursori italiani (Fig. 101 e 102).
fig. 101 |
fig. 102 |
Naturalmente queste scene del tutto inventate, oltre a rendere il film più spettacolare, sarebbero state molto gradite al pubblico di riferimento di questo lavoro cinematografico, che era appunto quello britannico.
Alle imprese dei sommergibili tascabili inglesi X-Craft fu dedicato un altro film di produzione britannica diretto da William Graham dal titolo “Sfida Negli Abissi” (titolo originale “Submarine X-1”), come mostrato nelle Fig. 103 e 104. La pellicola, a colori, uscì nel 1968 e vide come principali interpreti gli attori James Caan (comandante Bolton), David Sumner (sottotenente Davies), Norman Bowler (sottotenente Pennington) e Brian Grellis (sottufficiale Barquist).
fig. 103 |
fig. 104 |
La ricostruzione storica del film è abbastanza rigorosa per quanto riguarda la fase di addestramento del personale di questi battelli, che veniva svolta in aree remote della Scozia principalmente per ragioni di segretezza, e anche per la sequenza di navigazione subacquea e attacco alla Tirpitz (che nel film è identificata come Lindendorf). Queste scene comprendono anche il superamento di un campo di mine e l’apertura di varchi, da parte dei sommozzatori inglesi, nelle reti parasiluri messe a protezione dell’area di ormeggio della corazzata tedesca.
Le attrezzature subacquee impiegate nelle riprese (Fig. 105, 106, 107, 108, 109 e 110) erano quelle disponibili all’epoca della produzione della pellicola e probabilmente utilizzate dagli stessi uomini rana della Royal Navy. Alcune di queste (muta impermeabile in gomma e pinne asimmetriche Dunlop) sono già state descritte in precedenza. La principale differenza rispetto alle reali attrezzature utilizzate dai sommozzatori imbarcati sugli X-Craft era l’autorespiratore che, nelle riprese del film, era costituito da una unità Scuba funzionante in circuito aperto.
fig. 105 |
106 |
fig. 107 |
fig. 108 |
fig. 109 |
fig. 110 |
Questa soluzione sarebbe stata assolutamente inadatta per le missioni di guerra proprio per le bolle di scarico emesse dall’erogatore, che avrebbero potuto far rilevare gli incursori dalla superficie. Come già illustrato in precedenza, proprio per ridurre tale rischio, nelle missioni della Seconda Guerra Mondiale questi autorespiratori erano del tipo a ossigeno a circuito chiuso.
La differenza sostanziale degli apparecchi impiegati nelle riprese, rispetto ad una classica unità Scuba, consisteva nella collocazione della bombola di aria compressa che era sistemata in posizione anteriore e ventrale, immediatamente al di sotto del giubbetto ad assetto variabile del tipo anulare a ciambella. Naturalmente, per ridurre la visibilità dalla superficie, sia l’erogatore che il giubbetto erano colorati di nero.
Dalle immagini tratte dal film e mostrate sopra, abbiamo potuto identificare l’erogatore come modello Snark II (Fig. 111) prodotto dalla spagnola Nemrod (probabilmente una versione militare verniciata di nero). La maschera probabilmente era il modello Champion, fabbricato in Francia (Fig. 112). Entrambe queste attrezzature erano distribuite nel Regno Unito dai famosi grandi magazzini di materiale sportivo Lillywhites, situati a Londra in Piccadilly Circus.
fig. 111 |
fig. 112 |
Anche in questo caso, per aumentare la spettacolarità delle scene il film fu arricchito con azioni del tutto inventate, come la lotta corpo a corpo tra un sommozzatore tedesco e gli uomini rana inglesi (Fig. 110).
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