L’APPARECCHIO D’IMMERSIONE DI VICTOR BERGE

Maurizio Baldinucci

Come è già avvenuto per molti dei miei articoli precedenti, il desiderio di scrivere qualcosa a proposito di un'attrezzatura storica si manifesta quando riesco a reperire un esemplare particolarmente raro che cercavo da tempo. E che spesso è collegato alle vicende di qualche personaggio di cui è rimasta un’impronta significativa nella storia e nell’evoluzione dell’immersione.
In questo caso si tratta della maschera granfacciale prodotta negli USA dalla Ohio Rubber Company (ORCO) di Cleveland OH. Di questa attrezzatura sono entrato recentemente in possesso di un esemplare in buone condizioni di conservazione (fig. 1-2-3-4-5-6).

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fig. 6

   

Questa maschera in realtà era parte integrante di un’attrezzatura completa per le immersioni in acque poco profonde con alimentazione dalla superficie, impiegata diffusamente dalla Marina Militare Americana durante la Seconda Guerra Mondiale nelle operazioni navali in Oceano Pacifico (fig. 7).
Le principali informazioni relative ai suoi principali elementi costruttivi e all’impiego di questo apparecchio sono contenute nel manuale tecnico TM5-9180 pubblicato dal War Department USA il 19 Luglio 1943 (vedi fig. 8).

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fig.7

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fig. 8

Oltre alla maschera granfacciale provvista di regolatore di pressione, montato in posizione centrale in corrispondenza della bocca dell’operatore, il sistema si componeva di una imbragatura tessile con cintura zavorrata alla quale era collegato un filtro per la depurazione dell’aria proveniente dalla superficie (vedi fig. 9). Al filtro era collegata la manichetta dell’aria proveniente dalla superficie e il tubo per l’alimentazione del regolatore di pressione. A causa delle tipiche limitazioni in tempo di guerra e della effettiva disponibilità di sorgenti di aria compressa per l’alimentazione di queste apparecchiature nei luoghi delle operazioni, il manuale contemplava anche la possibilità di alimentare il sistema di respirazione subacqueo con l’aria compressa contenuta nel circuito dei freni dei veicoli militari ed addirittura nei loro pneumatici (vedi fig. 10).

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fig. 9

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fig. 10

Nell’eventualità di alimentazione dalla superficie in tali condizioni di emergenza, il filtro era assolutamente necessario per evitare intossicazioni da parte degli operatori che si trovavano a respirare aria poco pulita. Quando invece la fonte assicurava i necessari standard di pulizia dell’aria, il filtro non era richiesto.
L’apparecchio, indossato nella sua configurazione standard con regolatore di pressione integrato nella maschera granfacciale, è mostrato nelle fig. 11-12.

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fig. 11 fig. 12

A volte, quando venivano usate le pompe da palombaro nelle quali la portata d’aria era regolata attraverso i giri della ruota di azionamento, il regolatore di pressione poteva essere rimosso e sostituito da un semplice raccordo pneumatico a 90° (fig. 13-14).

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fig. 13

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fig. 14

Il grande interesse che avevo per questa maschera decisamente bruttina si deve al fatto che era collegata alle vicende di Victor Berge (fig. 15-16), un avventuriero svedese nato nel 1891 nel piccolo villaggio di Ockelbo appartenente allo Gestrickland, una regione situata sulla costa sud-orientale della Svezia.

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fig. 15

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fig. 16

Questo personaggio mi aveva decisamente affascinato dopo aver letto qualche anno fa due suoi libri autobiografici, “Pearl Diver: Adventuring Over and Under Southern Seas”, pubblicato nel 1930, e “Danger is My Life”, uscito nel 1954  (fig. 17-18). Questi volumi sono piuttosto rari ma possono essere ancora reperiti negli USA.

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fig. 17

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fig. 18

Rimasto orfano in giovane età ed affidato a dei tutori per nulla interessati al suo futuro e alla sua educazione, a diciassette anni il giovane Victor tentò la fortuna sul mare imbarcandosi su navi da trasporto come mozzo prima e marinaio poi. Durante queste esperienze di navigazione ebbe la sfortuna di ritrovarsi su navi comandate da veri e propri aguzzini, che spesso ricorrevano a violente punizioni corporali anche per semplici mancanze o disobbedienze da parte dell’equipaggio. Fu quindi costretto a disertare, varie avventure e peripezie lo portarono anche in Sudafrica, dove visse per un certo tempo insieme ad alcuni suoi colleghi marinai fuggiti con lui, cibandosi di quello che offriva la natura del luogo e ricevendo qualche aiuto dalle fattorie dell’entroterra. Infine approdò nel nord dell’Australia.
Qui venne assunto da un personaggio originario del luogo che era pagato dai proprietari terrieri locali per disboscare vaste aree di foresta. Dopo qualche tempo, Victor ne divenne socio e grazie ai guadagni ottenuti da questa attività ma anche dalla vendita delle pelli di alcuni animali da lui cacciati (specialmente canguri), poté imbarcarsi di nuovo con destinazione Oceano Indiano. Sbarcò sull’isola di Ceylon, ma era rimasto senza soldi e senza prospettive di lavoro, per cui fu costretto ad imbarcarsi clandestinamente su un veliero diretto alle isole di Banda in Indonesia. A bordo fece conoscenza con il proprietario del veliero, Chung-Ko, un ricco commerciante cinese che trafficava in mercanzie varie in quella parte dell’Oceano Indiano. Questo incontro fu la fortuna per Victor, in quanto Chung-Ko vide in lui grandi capacità, entusiasmo e coraggio e ben presto gli si affezionò e lo trattò come se fosse suo figlio.
La vera svolta della sua vita professionale avvenne quando ebbe la possibilità di provare un'attrezzatura completa da palombaro che Chung-Ko aveva recuperato da una imbarcazione semi-affondata adibita alla pesca delle perle. Pur non avendo mai visto una attrezzatura di questo tipo, Victor fu preso dall’entusiasmo e dopo un lavoro febbrile di qualche giorno, fu in condizione di rimetterla in funzione e di usarla su fondali poco profondi. E qui inizia la sua carriera di pescatore di perle, carriera che lo porterà ad esplorare i principali banchi perliferi dell’Indonesia, dell’Australia e delle isole del Sud Pacifico compresa la Polinesia. In realtà, gran parte del guadagno era assicurato dalla raccolta della madreperla che si ricavava dai gusci delle ostriche perlifere e che veniva usata nella bigiotteria e nelle fabbriche di bottoni. Molto raramente qualche ostrica conteneva anche una perla e le poche che si raccoglievano durante la stagione di pesca venivano vendute a prezzi molto elevati, soprattutto nelle principali piazze europee. In diversi anni di pesca delle perle, Victor si rese conto che il classico scafandro da palombaro non rappresentava la soluzione ideale per questa attività. In particolare, il peso dello scafandro completo, la scarsa mobilità concessa sul fondo, la necessità di disporre di molto personale per la manovra delle pompe ed anche l’eccessiva protezione termica offerta dallo scafandro in un clima caldissimo e afoso come quello in cui si operava, costituivano le limitazioni principali nell’impiego di questo apparecchio.
Berge cominciò quindi ad elaborare qualche idea su come avrebbe dovuto essere una attrezzatura ideale per quel tipo di pesca.
La prima esperienza significativa in questa direzione maturò durante un suo viaggio a New York nel 1925 dove, tramite suoi amici, incontrò Inglis Moore Uppercue, un ricco industriale americano che accettò di finanziare la sua idea di costruire un piccolo sommergibile monoposto in grado di scendere fino alla profondità di 80 metri (profondità alla quale si trovavano i banchi perliferi più ricchi) e dotato di un braccio meccanico manovrato dall’interno del sommergibile in grado di raccogliere le ostriche dal fondale. Questo veicolo fu chiamato “Sub-Explorer” e poi ribattezzato familiarmente “Spook” (fantasma). L’apparecchio fu costruito e testato inizialmente nel fiume Hudson e poi trasportato in Colombia.
Qui fu sottoposto ai test conclusivi su reali banchi perliferi, dove si dimostrò la scarsa efficacia e mobilità del braccio meccanico alle massime profondità operative. Berge propose l’apparecchio anche alla Marina Svedese che lo esaminò e assistette anche ad una dimostrazione organizzata in Svezia presso un lago ghiacciato. Nonostante l’esito positivo della prova, gli svedesi si dichiararono non interessati all’invenzione e dopo qualche tempo il prototipo del sottomarino venne trasportato in Nuova Caledonia ed infine rottamato. 
Berge ripiegò quindi su un’altra idea meno impegnativa e più concreta che fu in grado di realizzare nel 1941 quando, approfittando ancora di un suo viaggio negli USA, entrò in contatto con Charles Sorensen, anch’egli di origine svedese, responsabile della produzione della Ford Motors. Sorensen gli mise a disposizione i suoi ingegneri e la sua organizzazione e, in breve tempo, Berge fu in grado di far costruire ben 35 apparecchi da immersione completi, apparecchi che avrebbe poi fatto trasportare in Indonesia per le future stagioni di pesca delle perle. Prima di ripartire per l’Oceano Indiano, ebbe anche il tempo di depositare una domanda di brevetto per il suo apparecchio, domanda presentata in data 4 Marzo 1941 alla quale fece poi seguito la concessione del brevetto americano n. 2.303.155 in data 24 Novembre 1942 (fig. 19-20).  Da tenere presente che a quel tempo non erano stati ancora inventati né l'erogatore automatico né il sistema SCUBA.

 

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fig. 19

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fig. 20

Prima di rientrare in Indonesia, il suo amico Sorensen lo convinse a presentare il suo apparecchio alla Marina Militare Americana, che in quel periodo stava già lavorando al potenziamento e al miglioramento delle proprie attrezzature destinate al supporto del naviglio, nelle basi ma anche ovunque fosse necessario intervenire velocemente in acque basse per operazioni di recupero, riparazioni e sminamento.
La Seconda Guerra Mondiale era già in pieno svolgimento in Europa e gli Sati Uniti stavano considerando un loro prossimo coinvolgimento nelle operazioni militari, tenendo conto della dichiarata volontà di espansione del Giappone nel Pacifico. Infatti qualche mese dopo, esattamente il 7 Dicembre 1941, l’attacco della flotta giapponese alla base di Pearl Harbor avrebbe definitivamente decretato l’ingresso in guerra degli Stati Uniti. La dimostrazione pratica dell’apparecchio di respirazione fu un successo, tanto che i militari dichiararono di volerlo studiare ulteriormente e magari migliorarlo. Berge però voleva rientrare velocemente in Indonesia per riprendere la sua attività di pescatore di perle, quindi concesse alla Marina Militare di poterlo sviluppare e modificare in base alle proprie esigenze per poi produrlo e impiegarlo nelle operazioni subacquee a bassa profondità. Naturalmente la Marina avrebbe assicurato a Berge i diritti sulla produzione dell’apparecchio.   Analizziamo ora gli elementi principali caratteristici del brevetto di Victor Berge:

  • La maschera granfacciale era costituita da elementi in metallo ed in gomma a cui era collegato un vetro frontale di forma ovale. La struttura portante della maschera era in metallo e le parti in gomma servivano per assicurare la corretta tenuta con il viso dell’operatore. All’interno della maschera era posizionato un eiettore d’aria con piccoli ugelli che evitavano l’appannamento del vetro. L’aria in eccesso e quella espirata dal subacqueo veniva scaricata attraverso il bordo della maschera stessa
  • L’apparecchio era ideato per essere autonomo, senza necessità di alimentazione dalla superficie. A tal proposito era fornito di bombola con imbragatura, di discreta capacità e provvista di attacco pneumatico posto nella sua parte inferiore
  • L’inventore aveva pensato anche a qualcosa che potesse superare le limitazioni poste dal classico scafandro da palombaro, ossia il doversi spostare sempre camminando sul fondale. Aveva pertanto pensato di aggiungere due sacche in tela gommata che potevano essere gonfiate o sgonfiate in immersione utilizzando l’aria compressa della bombola. Queste due sacche erano collegate alla cintura zavorrata
  • Alla suddetta cintura era collegato anche uno speciale rubinetto-commutatore a tre posizioni che potevano attivare le seguenti funzioni:
    • Alimentazione della maschera granfacciale
    • Gonfiaggio delle sacche
    • Sgonfiaggio delle sacche
  • L’apparecchio era dotato anche di un regolatore di pressione, anch’esso montato sulla cintura zavorrata, derivato direttamente da quelli impiegati nei sistemi di alimentazione delle saldatrici ossiacetileniche. In questo caso il volantino per l’impostazione della pressione di lavoro era eliminato e la regolazione della pressione avveniva automaticamente grazie ai fori ricavati sulla parte anteriore del regolatore, fori che mettevano in comunicazione la membrana con l’ambiente esterno.

Della versione originale di questo apparecchio, costruito secondo quanto previsto dal brevetto, ho trovato soltanto un'immagine su Internet (fig. 21).

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fig. 21

La Marina Militare Americana, pur riconoscendo la validità generale dell’apparecchio, introdusse modifiche sostanziali che caratterizzarono le unità di produzione. Queste modifiche erano in linea con quella che in quegli anni era considerata la configurazione standard per apparecchi di questo tipo, destinati alle operazioni subacquee militari su bassi fondali ed impiegati in alternativa agli scafandri da palombaro.
Proprio per sopperire alla scarsità di attrezzature e di personale idoneo all’impiego degli scafandri da palombaro durante il periodo bellico (l’addestramento dei palombari militari richiedeva molto tempo e produceva pochi brevettati anche per i severi standard di selezione del personale), vennero proposte soluzioni molto semplici con la conversione di maschere antigas all’uso subacqueo e l’impiego di manichette alimentate dalla superficie (fig. 22-23).

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fig. 22

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fig. 23

Le modifiche apportate al dispositivo originale di Berge in fase di produzione possono essere così riassunte:

  • Sostituzione della maschera granfacciale composita da gomma e metallo, di costruzione piuttosto complessa, con una granfacciale in gomma di tipo binoculare, che era allora lo standard usato anche nella costruzione delle maschere antigas militari. Si volle comunque mantenere la capacità di evitare l’appannamento dei vetri grazie alla predisposizione di due canali di ventilazione che collegavano i vetri con il foro di immissione dell’aria all’interno della maschera (fig. 24 e 25).
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    fig. 24

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    fig. 25

  • Spostamento del regolatore di pressione dalla cintura alla parte anteriore della maschera. Nella parte posteriore del regolatore veniva poi inserito un piccolo rubinetto a due posizioni per interrompere il flusso di aria verso la maschera quando questa non era indossata dall’operatore (figg. 26- 27).
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    fig. 26

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    fig. 27

  • Eliminazione della bombola e sua sostituzione con una manichetta per l’alimentazione dalla superficie. Questa necessità scaturiva dalla indisponibilità di bombole per aria compressa di volume adeguato (sarebbero state prodotte diversi anni più tardi), ma anche dalla necessità di mantenere il contatto tra operatore e superficie come richiesto dai criteri di sicurezza vigenti in quel settore di impiego (comunicazione con il personale di superficie e necessità di recupero dell’operatore in caso di emergenza)
  • Eliminazione delle sacche per il controllo dell’assetto. Queste non erano considerate necessarie per operatori costantemente vincolati alla superficie e, al contrario, potevano essere di impedimento durante le fasi operative
  • Eliminazione del rubinetto-commutatore a tre vie. Questo dispositivo non era più necessario vista l’eliminazione della bombola e delle sacche per il controllo dell’assetto
  • Aggiunta di un elemento filtrante sulla linea di alimentazione dell’aria dalla superficie per depurare il gas inspirato proveniente da sorgenti contaminate
  • L’apparecchio di Victor Berge non fu l’unico sviluppato e prodotto in quegli anni per scopi militari. Viste le enormi necessità di materiali di supporto per la Marina Militare specialmente durante le operazioni belliche nel Pacifico, oltre alla Ohio Rubber Company (ORCO), a cui fu commissionata la produzione di questo dispositivo, altre aziende vennero incaricate di produrre apparati simili. Una di queste aziende fu la Thompson Engineering Company (TECO) di Grand Rapids, MI, che sviluppò una granfacciale subacquea a partire da una maschera antigas (fig. 28-29-30-31).

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    fig. 28

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    fig. 29

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    fig. 30

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    fig. 31

    L’altra famosa azienda americana che propose la sua soluzione per questo tipo di applicazioni fu la Diving Equipment & Supply Company (DESCO), fondata nel 1937 a Milwaukee Wisconsin da Max Nohl and Jack Browne. Quest’azienda mise in produzione la celebre maschera triangolare identificata dal nome dell’inventore nonché socio dell’azienda e cioè “Jack Browne Mask”. Questa maschera (vedi fig. 32-33-34-35), che assicurava una visibilità molto superiore rispetto ai due modelli precedenti grazie all’ampio vetro triangolare, fu largamente impiegata non soltanto durante il periodo bellico ma restò in produzione a per molti anni successivi alla fine della Seconda Guerra Mondiale.

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    fig. 32

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    fid. 33

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    fig. 34

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    fig. 35

    Ma torniamo ora al protagonista di questa storia, Victor Berge, che dopo messere rientrato in Indonesia per riprendere la sua attività di pescatore di perle, subì drammaticamente le conseguenze dell’entrata in guerra dell’impero giapponese.
    Dopo poco tempo dal suo arrivo, i giapponesi invasero l’isola di Java dove Berge aveva già dovuto abbandonare la sua flottiglia di imbarcazioni adibite alla pesca delle perle, incluse le 35 nuove attrezzature fatte costruire poco prima in America. Mentre cercava di mettersi in salvo insieme alla famiglia, venne arrestato dai giapponesi perché sospettato di essere una spia americana. E qui comincia la fase più difficile e drammatica della sua esistenza nelle mani della Kempei-Tai, organizzazione militare analoga alla Gestapo
    Ridotto in fin di vita dai lunghi mesi di torture, quando la sua fine sembrava ormai imminente arrivò l’ordine di scarcerazione concesso dai giapponesi grazie all’intercessione del corpo diplomatico svedese.
    Qualche anno, profondamente segnato fisicamente, Berge fece infine ritorno in Svezia. Morì a Stoccolma nel 1974.

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