Le orche, bellissime e spaventevoli regine dei mari freddi, un tempo non sapevano nemmeno nuotare e insieme ai colleghi delfini, a balene, capodogli e cetacei vari, si limitavano a percorrere le rive nelle loro scorribande alla ricerca di difficili prede. Allora erano tutti molto più piccoli di oggi e muniti di piedi anziché di pinne, ma ci vedevano benissimo e guardando l’acqua vi scorgevano quantità di grassi pesci appetitosi in attesa solo di essere presi. Così decisero di imparare a nuotare e ad immergersi per farne squisiti bocconi. Ci misero un po’, forse venti o trenta milioni di anni, ma diventarono bravissimi, scoprirono quanto si stava bene in acqua e non ne uscirono più. L’uomo invece è stato impaziente, era appena riuscito a emergere dall’inciviltà della clava e già voleva andare sott’acqua a fare manbassa. In poche migliaia di anni è passato dai patetici tentativi iniziali ai cassoni e al casco da palombaro, ma in questo troppo breve periodo non si è evoluto ed è rimasto assolutamente terricolo, nient’affatto idoneo a oltrepassare la superficie di mari e laghi. L’impazienza fa male e gli sono cominciati a capitare guai a non finire, per cui si sono messi in moto i cervelloni dell’epoca. I primi a capire che i problemi erano causati dal tornare su furono tali Watelle e Poll i quali, riferendosi ai cassonisti, nel 1847 lanciarono lo slogan famoso “si paga al momento di uscire”. Bella scoperta, ma di scarsa consolazione per i tanti lavoratori civili o militari pieni di acciacchi, per nulla consolati nemmeno dal sapere che la loro dolorosa posizione curva o piegata (bend in inglese) era destinata a definire i sintomi delle PDD di tipo 1.
UN PO’ DI STORIA
Ci si provarono in tanti a cercare cause e rimedi. Finalmente Paul Bert nel 1878 dimostrò la presenza dopo la riemersione di bolle gassose in circolo e nei tessuti; poi, precedendo gli altri ricercatori di varie lunghezze, suggerì l’utilizzo di ossigeno puro per la decompressione e per la cura delle patologie da decompressione. Adesso c’erano le conoscenze per formulare valide regole di risalita, ma dovevano passare altri trent’anni prima che lo scozzese John Scott Haldane inventasse le tabelle di decompressione. Le aveva basate sul rapporto di sovrasaturazione 2:1 e su alcuni concetti fondamentali: lo scambio gassoso è regolato dalla legge di Henry; l’assorbimento di un gas segue una curva ad andamento esponenziale; quando i gas sono in equilibrio si ha la situazione di saturazione.
LEGGE DI HENRY - “La quantità di gas che si scioglie in un liquido è direttamente proporzionale alla pressione del gas sul liquido e al tempo in cui si esercita la pressione; dipende dal tipo di gas e di liquido e diminuisce al crescere della temperatura”.
Calcolò le tabelle nel 1907 per la Marina britannica e nel 1915 per la U.S. Navy, pubblicate da questa l’anno dopo sul suo ponderoso Diving Manual. Ovviamente erano dedicate ai palombari, non esistendo ancora i sub sportivi. Ad andare sott’acqua con l’elmo e le pesanti scarpe zavorrate erano infatti rudi operai, per i quali servivano regole semplici e di immediata comprensione. La velocità di risalita prescritta in 7 metri/minuto fu pertanto dettata da motivi essenzialmente pratici: andando più rapido il palombaro avrebbe rischiato di non riuscire a scaricare aria a sufficienza, con conseguente catastrofica pallonata. Questo dei 7 m/min è un dato da ricordare, perché dà inizio a quel balletto delle velocità che vedremo di qui in avanti e ancora adesso non accenna a finire. Dopo Haldane un lungo elenco di studiosi più o meno noti porta avanti esperimenti di vario genere, le teorie si moltiplicano ma i risultati e la sicurezza negli anni successivi cambiano poco. Nel 1930 la marina militare britannica emette proprie tabelle, abbastanza simili a quelle originarie ma con velocità di risalita portata intorno ai 10 m/min (3’ da -30 a -3 m). Le vediamo qui in un confronto diretto con quelle di Haldane pescate nella dotta biblioteca storica di Fabio Vitale.
TABELLE U,S. NAVY 1916
TABELLE PER PALOMBARI MARINA BRITANNICA 1930
Le cose cominciano a cambiare durante la seconda guerra mondiale, quando la U.S. Navy porta la velocità di risalita dei suoi marinai profondisti addirittura a 30 m/min, giustificata da esigenze belliche. Le critiche del mondo scientifico non si contano ed alla fine i militari yankee cedono, decidendo per i 18 m/min. Intanto la guerra è stata fonte di grandi ispirazioni. Lo sfortunatissimo Georges Commeinhes realizza l’erogatore automatico GC 42 subito adottato alla Marina francese, ma cade nelle battaglie dello sbarco in Normandia ed è presto dimenticato. Ne approfitta Cousteau, il suo CG 45 diventato dopo pochi anni Mistral ha il successo mondiale che conosciamo. E’ iniziata l’èra dei sub sportivi, costretti per il momento a seguire le regole dei palombari. O meglio, la maggioranza di loro segue quel po’ di regole recepite per sentito dire, sono quasi sempre autodidatti e le tabelle non se le porta dietro nessuno. Finalmente Workman, collaborando con la U.S. Navy, all’inizio degli anni “60 s’inventa i valori M, ossia i valori massimi di sovrappressione tollerabili dai singoli compartimenti (tessuti). Un bel passo avanti in campo scientifico, eppure dovrà passare parecchio tempo prima che porti a dei risultati concreti.
TABELLE E TABELLE
In quel decennio splendido di avventure e innovazioni i sub brevettati cominciano ad essere numerosi. E si sentono padreterni rispetto a chi va sott’acqua in modo primordiale, perché loro sanno tutto sulla teoria dell’immersione e usano le tabelle. Ce ne sono tante in circolazione, le americane del 1956, le inglesi della Marina e dello Bsac, quelle interessantissime dell'italiano Albano, le francesi del Gers, della Marina, della Comex, varie altre ancora. Prendendo a paragone i classici 30 minuti a 30 metri, alcune li concedono senza soste deco, altre pretendono una fermata ai 3 metri, mentre per le risalite si arriva addirittura ai 20 m/min. I medici del settore non sono però d’accordo, specialmente in Europa si preferisce essere meno rapidi e molti adottano i 10 m/min. Questo significa lasciare il fondo facendosi superare dalle bolle più piccole, quindi cambiare riferimenti ogni pochi metri dato il vizio delle bolle piccole di diventare subito grandi. Un bel problema, difficile da risolvere anche per i più ligi abituati a risalire tenendo un occhio sul profondimetro e l’altro sull’orologio. L’arrivo del decompressimetro analogico della Sos di De Santis-Alinari ha nel frattempo liberato, per quanti se ne fidano ciecamente, dall’obbligo di calcolare ogni immersione come quadra e di controllare tempi di fondo e di decompressione sull’orologio, tuttavia si torna su sempre al ritmo delle bolle. Poi nel 1973 la U.S. Navy pubblica nuove tabelle modernissime, sembrano assolutamente affidabili e vengono adottate pressoché universalmente. Noi sub ne siamo felici, esse ribadiscono perentorie la validità della risalita a 18 m/min e ci consentono di seguire bolle meno lente. Una pacchia di breve durata. Medici coraggiosi si permettono di essere in totale disaccordo con i 18 d’oltre Atlantico, sostengono e dimostrano il loro essere concausa principale delle PDD di tipo 2, ossia neurologiche. Ci convincono di riassestarci sui 9 – 10 m/min, di conseguenza le nostre coscienze si rasserenano e la percentuale di incidenti gravi cala. Però ci sono i pignoli a guastarci il buonumore. Di lì a poco saltano fuori con nuove obiezioni, fanno presente che mettendoci, ad esempio, quasi due minuti di più rimontando dai -40 alla sosta dei -3 si assorbe azoto per due minuti extra rispetto a quanto previsto dalle stesse tabelle. Si scatena il putiferio e negli anni a seguire le linee di pensiero diventano tre: la più soft dice di aggiungere al tempo di fondo il tempo risparmiato in risalita e di entrare nelle tabelle con la somma risultante; la più hard ricorre ad un complesso ricalcolo proporzionale delle stesse tabelle, pubblicate in Italia così rielaborate nel numero di maggio/giugno 1987 della rivista “Sport e Medicina”, ma danno risultati troppo punitivi per essere granché condivise; la più diffusa si basa sul noto principio del “me ne frego” caro agli scettici in generale ed ai sub in particolare, per i quali va benissimo la velocità 10 senza nulla cambiare nei dati tabellari.
TABELLE U.S. NAVY 1973

BÜLHMAN E I COMPUTER
Questa variabilità di interpretazioni proseguirà indefinita fino oltre la metà degli anni “80, gli anni della svolta, fautori di grandi novità. Una è di carattere didattico: la Padi appena sbarcata in Italia fa bufera su due fronti. Il primo riguarda l’insegnamento stravolgente rispetto a quello classico federale, cosa che qui non ci interessa, il secondo è relativo alle tabelle e riattizza la diatriba sulle velocità di risalita. Padi significa America, quindi U.S. Navy, la quale non ha mai ceduto di un millimetro sui suoi diktat. Per cui si riformano i due fronti dei 18 e dei 10 m/min a seconda di come sono targati i sub, con immensa gioia dei diving adesso in pieno sviluppo, costretti a volte a dividere in immersione i loro clienti in base alle rispettive linee di condotta. L’altra novità è tecnica: sono arrivati i computer subacquei. Per il momento soltanto due, l’enorme Deco Brain Hans Hass, svizzero costruito in Liechtenstein dalla Divetronic, ed il permissivo Orca made in USA. Costano un patrimonio (950.000 lire il Deco Brain nel 1983) e pochi se ne fidano. In genere si continua ad andare a tabelle, ormai disponibili in diverse forme e versioni. Oltre a quelle di struttura classica, rettangolari o quadrate, sott’acqua se ne portano anche di circolari a settori mobili come le Salvas, oppure a rulli come il pratico regolo calcolatore della Technisub, fino ad arrivare al più completo strumento analogico anti-computer, il Decocontrol della Mega Sport costituito da profondimetro, timer, regolo calcolatore, tabelle per le ripetitive. Una bella differenze rispetto alla tabellina in plexiglas della Aer Sub (Cressi) dotata di cursore che nel 1969 lasciai in Puglia a un subacqueo di mestiere del tutto ignorante di regole per la decompressione. Seguiva un sistema comune a molti, venendo su piano se non aveva superato i 30 metri e fermandosi qualche momento sotto la barca a succhiare le ultime stille d’aria rimaste nel bibombola a 150 bar; quando invece scendeva a 40 e oltre, oppure era alla seconda immersione della giornata, risaliva appena tirata l’asta della riserva (le rubinetterie di allora avevano un dispositivo di riserva ad apertura meccanica) e la consumava tutta ai -3.
La diffusione dell’elettronico comincia nel 1986 col piccolo Suunto svedese, poco più di un lettore di tabelle, seguito a ruota dal primo Aladin. L’Aladin utilizza un algoritmo ricavato dalle teorie e dai calcoli dell’elvetico Bülhman, impegnato nello studio di tabelle per aria e miscele dal 1960 ed ora divenuto finalmente familiare anche ai non addetti ai lavori. Al pari del vecchio decompressimetro analogico, imputato di non pochi incidenti pur se la maggior parte certamente causati dalla faciloneria degli utilizzatori e dalla loro incuria per l’apparecchio, il computer calcola le immersioni multilivello e le ripetitive, inoltre fa da orologio e profondimetro e dà l’allarme se non si seguono le sue indicazioni. Ce n’è abbastanza per affascinare e con gli anni le tabelle passano in secondo piano. Terminato il corso per il brevetto sub pochi le riprendono in mano, nonostante le raccomandazioni di tenerle nella tasca del gav per qualsiasi evenienza. Però i softwares dei computer derivano dalle varie tabelle, o viceversa se si preferisce, esaltandone vizi e virtù. Le virtù sono quelle di poter essere facilmente aggiornati sulla base delle ultime risultanze scientifiche, i vizi sono ancora la volubilità delle velocità di risalita e qualche esagerazione per garantire sicurezza ad ogni costo. Tanto che un modello fu definito computer da doccia e con altri appellativi analoghi per la sua propensione a fare rimanere pochissimi minuti sotto la superficie. I tempi comunque sono stati ristretti da tutti e l’uscire di curva o l’andare oltre i fatidici 40 metri inizia ad essere considerato un peccato mortale. Tornando all’esempio precedente, nessuno consente più 30’ a 30 metri senza deco e neppure ci si accontenta della breve sosta resa famosa dal vecchio detto 30 minuti a 30 metri tre minuti a 3 metri, anzi per questo rapporto tempo/profondità le tabelle Bühlman dell’”86 impongono 2’ a -6 e 7’ a -3. Se andiamo a rivedere le U.S. Navy del 1916 per palombari lavoratori e le scorriamo fino alla riga dei 96-108 feet ci accorgiamo quanto poco sia cambiato!
Riguardo alle velocità, in Europa si risale preferibilmente a 10 m/min, in America si persiste con i 18 ed i computer su questo tema contribuiscono a creare una gran confusione. Su manuali e manualetti si leggono frasi di questo genere: “risali alla velocità di 12 m/min, arrivando ai 18 m/min solo in caso di necessità” - “la velocità di risalita deve essere minore di 10 metri al minuto” - “la velocità di risalita è di 21 m/min tra i -30 ed i -15 metri di profondità; di 15 m/min dai -15 metri alla superficie”. Il motivo di tali apparenti incongruenze si trova nelle diverse scelte operate dai creatori dei softwares, alcuni assertori della velocità costante, altri orientati verso velocità differenziate in rapporto alla profondità e al tipo d’immersione. Negli anni “90 il disaccordo è totale. Ad esempio, il Bridge della Dive Rite fa risalire tra i 9 e i 18 m/min; il DC 12, il Trac e l’Edi Scubapro danno tra i 15 e i 27 m/min; il Cochran Commander 6/18; il Guardian Mares 10/18; gli Aladin Pro, AirX, Sport dicono 7/20. Quindi – attenzione! - gli Aladin prevedono per la parte finale della risalita la stessa identica velocità indicata da Haldane nel 1907 per i palombari!
IL PROGRESSO
Un cambiamento epocale lo annuncia la U.S. Navy nel 1993 presentando in anteprima le sue ultime tabelle, fondate su un principio assolutamente innovativo. Finora gli studiosi si erano basati sulla teoria dei gas in fase disciolta o su quella dei gas in fase libera, mentre adesso si parla di teoria probabilistica, che valuta il rischio di ogni profilo d’immersione mettendolo a confronto con i dati raccolti in precedenza. Su di essa, da cui sono nate le nuove tabelle comunque dichiarate non definitive, saranno impostati – assicurano i relatori - anche gran parte dei prossimi software per computer sub. Belle premesse e promesse, sennonché dopo il gran parlarne iniziale l’intera faccenda è presto passata nel dimenticatoio. Infatti, nel 2008 ecco apparire ulteriori nuove tabelle U.S. Navy tornate ai modelli ed alle teorie iniziali, pur con interessanti modifiche. Le fermate a -3 sono state abolite, per i 30’/30 m richiedono una sosta di 3 minuti a 6 metri, la discesa è prevista alla velocità di 23 m/min; per la risalita - ed ecco la vera novità – gli americani si sono finalmente convertiti alla velocità di 10 m/min. Parametri analoghi sono previsti per i computer.
TABELLE U.S. NAVY 2008
Cose sconvolgenti? No, negli Usa come in Europa i confronti col passato dicono che si è trattato ancora di semplici ritocchi in quel muoversi a piccoli passi alla ricerca di una sempre maggiore sicurezza dell'immersione. Un processo tutt'ora in atto, nella piena consapevolezza dei ricercatori che la totale sicurezza si potrà forse raggiungere quando disporremo di mini-apparecchi interfacciati con noi stessi, come presagiva tanti anni fa il prof. Data. In grado quindi di fare i calcoli su dati reali, soggettivi, piuttosto che sugli attuali parametri teorici mediati da migliaia di situazioni diverse e organismi diversi. Per il momento accontentiamoci di constatare che andiamo in acqua con molti meno problemi e azzardi dei nostri antichi predecessori.
_______________