L'ossigeno è certamente un nostro buon amico, ottimo anzi, visto che senza di lui non potremmo vivere. È però un amico permaloso e intollerante, soprattutto con noi subacquei. Perché, nel nostro divertirci in immersione, cambiamo continuamente, anche ben oltre i limiti da lui preferiti, la pressione a cui è abituato a lavorare. Rischiando conseguenze brutte o bruttissime come sappiamo da molti decenni, ma su quei suoi limiti - o sulle corrispondenti pp O2 - abbiamo cambiato idea molte volte. Nei tempi attuali, chi ci insegna ad andare sott'acqua è tutto orientato verso la sicurezza massima dell'immersione, verso l'abolizione di ogni rischio anche solo ipoteticamente prevedibile, decretando di conseguenza limiti per l'ossigeno estremamente più rigidi e restrittivi di un tempo. Lo dimostra il grafico qui sotto, tratto da un articolo sulla rivista Mondo Sommerso di novembre 1964.
Come si vede, la zona in cui i sub sportivi di quei tempi si riteneva che potessero operare in sicurezza aveva un limite di profondità di 12 metri per un tempo massimo di permanenza intorno ai 7 minuti; tempo che si allungava a 30' fermandosi a 10 m, o addirittura a tre ore non superando i 4 metri. La profondità massima assoluta a cui si poteva respirare ossigeno puro, purché si fosse in stato di riposo, è indicata dal grafico in 18 m, quota quest'ultima chiaramente riportata su molti profondimetri antecedenti il 1970. Quote e limiti ritenuti folli per i sub moderni, rimasti validi solo per le terapie in camera iperbarica e nelle soste deco dei leggendari corallari.
Ma quelli di cui parliamo erano i tempi in cui i sub erano "sportivi" e non "ricreativi", quando si usavano tabelle che davano una probabilità di rischio di embolia fino al 5% e gli aggettivi per pubblicizzare la subacquea erano "avventura", "scoperta", "esplorazione".
Concetti allora fascinosi ed oggi riconducibili esclusivamente ai pochi che si impegnano seriamente nella cosiddetta immersione tecnica, in circuito aperto o meglio con l'utilizzo dei rebreathers a circuito chiuso.
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