3 – GLI AMERICANI
Durante la Seconda Guerra Mondiale, a differenza dei loro colleghi italiani e inglesi che operarono nel Mediterraneo e nel Mare del Nord, gli uomini rana americani vennero principalmente impegnati a supporto delle varie missioni di guerra nel Pacifico contro le forze giapponesi. E proprio a queste imprese è dedicato il film del 1951 di produzione statunitense “Le Rane del Mare” (Fig. 113) e titolo originale in lingua inglese “The Frogmen” (Fig. 114). Questo lavoro, diretto da Lloyd Bacon, ebbe come principali interpreti Richard Widmark (comandante John Lawrence), Dana Andrews (Jake Flannigan), Gary Merrill (comandante Pete Vincent), Robert Wagner (Franklin), Jeffrey Hunter (Pappy Creighton), Warren Stevens (Hodges) e Harvey Lembeck (Marwin W. Mikowsky).
fig. 113 |
fig. 114 |
Il nome di questo corpo speciale di sommozzatori della US Navy era quello di Underwater Demolition Team (UDT). Erano unità anfibie create dalla Marina degli Stati Uniti durante la Seconda Guerra Mondiale con missioni specializzate di supporto ai corpi di invasione costituiti dagli US Navy Marines (Fig. 115 e 116). Gli UDT furono i predecessori degli attuali SEAL della US Navy.
fig. 115 |
fig. 116 |
Le loro funzioni principali durante la Seconda Guerra Mondiale consistevano nella ricognizione, individuazione e successiva demolizione e rimozione degli ostacoli naturali o delle installazioni difensive subacquee, predisposte dalle forze nemiche per impedire o rallentare gli sbarchi dei mezzi anfibi (Fig. 117 e 118).
fig. 117 |
fig. 118 |
Durante la guerra il loro equipaggiamento subacqueo era minimale e piuttosto approssimativo ma, a partire dal dopoguerra, venne decisamente arricchito e completato consentendo di potenziare ed estendere le loro capacità operative. A tal proposito gli UDT vennero direttamente coinvolti nelle prove su nuovi materiali e attrezzature, fornendo appoggio all’organizzazione sperimentale della US Navy, il NEDU (Navy Experimental Diving Unit). Nelle Fig. 119 e 120 possiamo vedere alcuni esempi di prove effettuate su due modelli di autorespiratori ad ossigeno di produzione italiana, rispettivamente il Cressi CF-49 (modificato appositamente con l’aggiunta di un secondo sacco polmone sistemato dietro il collo dell’operatore) e il Pirelli Poseidon.
fig. 119 |
fig. 120 |
A seguito del potenziamento delle loro capacità operative subacquee, gli UDT iniziarono ad essere considerati una organizzazione di élite con compiti maggiormente tattici durante le guerre in Corea e in Vietnam. Furono pionieri ed innovatori in vari settori, tra cui quello delle demolizioni subacquee, nelle immersioni con apparecchi a circuito chiuso, nelle missioni con infiltrazioni profonde in territorio nemico, nelle tattiche di guerra fluviale e nelle operazioni con sottomarini tascabili. Furono anche incaricati di garantire il recupero di capsule spaziali e dei loro equipaggi dopo l'ammaraggio nei programmi di volo spaziale quali Mercury, Gemini e Apollo. Successivamente fu aggiunta nel loro programma di addestramento anche la specialità commandos, rendendoli di fatto i precursori del programma SEAL della Marina degli Stati Uniti, organizzazione militare che esiste ancora oggi.
Gli UDT impegnati nelle operazioni del Pacifico durante la Seconda Guerra Mondiale potevano contare su un equipaggiamento ridotto all’osso, come mostrato nella Fig. 121. Questo consisteva in semplici pantaloncini da bagno, in una maschera rotonda di dimensioni ridotte (Fig. 122) e in un paio di pinne Owen Churchill. L’assenza di un qualsiasi indumento per migliorare la protezione termica dell’operatore in acqua era giustificata dalle condizioni di temperatura esistenti durante le tipiche missioni nel Pacifico, che spesso avvenivano sulle coste di isole tropicali.
fig. 121 |
fig. 122 |
Anche se non abbiamo trovato prove decisive in tal senso, queste maschere erano probabilmente fabbricate per la US Navy dall’azienda californiana Sea-Net Manufacturing Co. Questa azienda era stata fondata a Los Angeles verso la fine degli anni ’30 da Lawrence Palmer Romano (di origini italiane) ed aveva iniziato la produzione di attrezzature da pesca (es. reti, cime, nasse, ecc.). A seguito delle forti richieste provenienti dai primi praticanti di pesca subacquea in California, tra i quali Hal Messinger e Frank Rodecker (Fig. 123) che oltre ad essere pescatori subacquei erano anche guardacoste e surfers, l’azienda iniziò la costruzione di attrezzature per la pesca subacquea (arpioni, maschere e pinne). La maschera di modello base prodotta per la marina era probabilmente la Sea-Dive che fu poi migliorata nel dopoguerra e commercializzata con il nome di Deluxe Sea-Dive (vedi Fig. 124).
fig. 123 |
fig. 124 |
La Sea-Net Manufacturing Co., di cui riportiamo alcuni annunci pubblicitari nelle Fig. 125 e 126, restò in attività fino alla metà degli anni ’50.
fig. 125 |
fig. 126 |
Come detto in precedenza, le pinne in dotazione agli UDT erano quelle prodotte da Owen Churchill, un personaggio piuttosto particolare, che in gioventù aveva partecipato a diverse olimpiadi nella squadra statunitense come velista. Nel 1938 aveva stipulato un contratto con il comandante De Corlieu per la costruzione su licenza delle pinne di sua invenzione. Durante la fase di produzione di queste attrezzature perfezionò il progetto originale e brevettò le sue pinne, che erano realizzate completamente in gomma e avevano delle robuste costolature laterali (Fig. 127 e 128).
fig. 127 |
fig. 128 |
Fino a tutto il 1940 aveva venduto soltanto 946 paia di pinne ai pochi praticanti l’attività subacquea e alle squadre di salvataggio e di recupero dei bagnanti sulle coste californiane. Ma le esigenze della Seconda Guerra Mondiale cambiarono presto le carte in tavola, tanto che la US Navy ordinò nel 1943 50.000 paia di pinne ed un quantitativo imprecisato fu ordinato anche dalla Royal Navy inglese. Dopo la fine della guerra queste pinne furono costruite e distribuite dalla Voit Rubber Company, una divisione della American Machine and Foundry Company (AMF).
Le Owen Churchill furono letteralmente copiate da molti altri costruttori, principalmente europei, che furono in grado di fornire i loro modelli alle loro marine militari già prima della fine della guerra (vedi l’inglese Dunlop e l’italiana Superga).
Nelle riprese del film, la ricostruzione dell’equipaggiamento utilizzato, delle operazioni di dispiegamento degli operatori di fronte alla costa nemica, delle attività di rilevamento e di demolizione degli ostacoli e delle installazioni subacquee nemiche ed infine del recupero degli uomini rana alla fine della missione, è molto dettagliata e storicamente accurata. In particolare, oltre alle attrezzature base prima descritte, i sommozzatori americani erano dotati di bussola (con incorporato un profondimetro a colonna d’acqua di tipo capillare), di un orologio subacqueo e di una lavagnetta in plastica con matita, per la registrazione delle informazioni relative alla tipologia, alla posizione e alla profondità dell’ostacolo da eliminare (Fig. 129 e 130).
fig. 129 |
fig. 130 |
Il “lancio” dei frogmen davanti alla costa nemica avveniva tramite una imbarcazione veloce che impiegava una specie di piccola zattera gonfiabile, posta lateralmente, ed usata per il trasbordo in acqua degli operatori (Fig. 131). Il tuffo dei singoli sommozzatori avveniva ad intervalli regolari in modo da avere una copertura uniforme della costa da rilevare. Anche la fase di recupero al termine della missione era simile. In questo caso veniva impiegata una robusta cima dotata di una specie di cappio, al quale l’operatore si aggrappava al passaggio dell’imbarcazione, potendo così essere estratto dall’acqua in pochi secondi (Fig. 132).
fig. 131 |
fig. 132 |
Anche la fase di osservazione e di rilievo degli ostacoli davanti alla costa nemica è molto ben descritta nel film (Fig. 133). Oltre all’impiego delle suddette lavagnette per registrare le informazioni basilari delle installazioni difensive (Fig. 134), il sommozzatore era dotato anche di un semplice scandaglio manuale, costituito da una cima marcata e da un piccolo peso. Questa attrezzatura veniva usata per rilevare la profondità del fondale (Fig. 135). Tali informazioni erano molto utili anche per pianificare correttamente le operazioni di sbarco dei mezzi anfibi e corazzati.
fig. 133 |
fig. 134 |
La fase finale del film è del tutto inventata sia dal punto di vista del tipo di azione che da quello delle attrezzature subacquee impiegate. L’obiettivo della missione è quello di attaccare una base giapponese di sommergibili e far saltare in aria le sue principali installazioni. Non risulta infatti che gli UDT americani vennero mai impiegati in questo tipo di missioni di attacco alle basi giapponesi nel corso della guerra. E infatti, non esistendo all’epoca delle attrezzature subacquee idonee per questo tipo di missione, i produttori del film decisero di impiegare delle unità Scuba a circuito aperto per equipaggiare i sommozzatori americani durante le riprese del film (Fig. 136). Sappiamo bene che questo tipo di attrezzatura venne immessa nel mercato soltanto a partire dal 1946 in Francia e non prima del 1948 negli USA, cioè a guerra finita.
fig. 135 |
fig. 136 |
Anche la dotazione dei sommozzatori giapponesi, che nel film sono impegnati in duelli subacquei all’ultimo sangue con i frogmen statunitensi (Fig. 137 e 138), è del tutto fantasiosa. Tra l’altro, non risulta nemmeno che i giapponesi abbiano mai sviluppato una organizzazione militare di sommozzatori durante la guerra.
fig. 137 |
fig. 138 |
Poiché il film fu girato all’inizio degli anni ’50, periodo nel quale non esistevano ancora negli USA aziende in grado di produrre questo tipo di attrezzature, le unità Scuba impiegate dai sommozzatori americani durante le riprese erano probabilmente prodotte in Canada dalla Canadian Liquid Air Co. LTD, una sussidiaria del gruppo francese Air Liquide. Si trattava degli autorespiratori ad aria tipo Aqualung con tre bombole ed imbragatura tessile (Fig. 139).
I sommozzatori giapponesi erano invece dotati di autorespiratore ad ossigeno modello “B”, prodotto dall’azienda Desco di Milwaukee (Illinois) per la US Navy a partire dal 1944 (Fig. 140 e 141).
fig. 139 |
fig. 140 |
Lo stesso modello di autorespiratore a ossigeno compare anche sulla copertina del numero di ottobre 1945 della famosa rivista “Popular Mechanics” (Fig. 142).
fig. 141 |
fig. 142 |
Il prossimo film è stato scelto perché mostra l’impiego del respiratore Momsen Lung, un tipo di attrezzatura che era stata messa a punto dalla US Navy già dagli inizi degli anni ’30 per l’evacuazione e il salvataggio degli equipaggi dei propri sommergibili quando questi erano bloccati sul fondo per avarie o per danni riportati durante il combattimento. La pellicola in questione si intitola “Inferno sul Fondo” in italiano (Fig. 143) e “Torpedo Run” in inglese (Fig. 144). Il film, prodotto dall’americana Metro-Goldwyn-Mayer, uscì nelle sale nel 1958 e fu diretto da Joseph Pevney. Gli attori scelti per interpretare questa opera furono Glenn Ford (tenente Barney Doyle), Ernest Borgnine (tenente Archer 'Archie' Sloan), Robert Hardy (sottotenente Redley), Paul Picerni (Fisher), Dean Jones (Foley), Don Keefer (Millingan), Richard Carlyle (Adams).
È la storia di un sommergibile della US Navy durante alcune missioni contro i giapponesi nel corso della Seconda Guerra Mondiale. Il comandante Doyle, del sommergibile americano Greyfish, è alla ricerca della portaerei giapponese Shinaru appartenente alla flotta che aveva sferrato il devastante attacco di Pearl Harbor. Ma il desiderio di vendetta è frustrato dalla notizia che accanto alla nave giapponese si trova un mercantile che trasporta prigionieri verso il Giappone, tra cui si trovano anche sua moglie e sua figlia, e che viene usata come scudo contro gli attacchi con siluri da parte dei sommergibili americani. Doyle decide di tentare comunque l'attacco ma uno dei suoi siluri colpisce il mercantile causandone l’affondamento con l’inevitabile perdita della sua famiglia. Profondamente colpito da questa tragedia personale, Doyle decide comunque di seguire la portaerei fino all’interno del porto nemico e, dopo alterne vicende, riesce finalmente ad affondarla anche se questa impresa alla fine gli costerà la perdita del suo sommergibile.
fig. 143 |
fig. 144 |
Nelle scene conclusive del film nelle quali l’equipaggio del Greyfish riesce ad abbandonare il sommergibile ed infine a salvarsi, viene usato il Momsen Lung (Polmone Momsen), un autorespiratore inventato dall’ufficiale della US Navy Charles Momsen agli inizi degli anni ’30 e successivamente migliorato ed impiegato nei sommergibili americani anche durante la Seconda Guerra Mondiale (Fig. 145). Era un apparecchio che poteva funzionare sia con ossigeno che con aria a seconda della profondità alla quale era situato il sommergibile in avaria. A differenza di altri sistemi simili, il Momsen Lung non aveva bombole o altre sorgenti interne ma poteva contare soltanto sulla quantità di gas che veniva immesso all’interno del suo sacco polmone dai membri dell’equipaggio immediatamente prima della risalita in superficie. Era equipaggiato con un piccolo cestello contenente calce sodata per l’eliminazione dell’anidride carbonica e di un boccaglio provvisto di rubinetto a due vie e alimentato da un condotto metallico coassiale per l’immissione e l’emissione del gas respirato. Era pertanto a tutti gli effetti un sistema di respirazione di tipo ciclico. La fase di preparazione e di uscita dal sommergibile è ben descritta nel film, comprendendo anche la procedura di caricamento dei respiratori con l’impiego di ossigeno o aria compressa spillata dai vari sistemi pneumatici del sommergibile (Fig. 146 e 147)
fig. 145 |
fig. 146 |
Lo stesso Glenn Ford, principale attore protagonista di quest’opera, non si sottrasse alle riprese subacquee, anche impegnative, facendo a meno di comparse o controfigure (Fig. 148).
fig. 147 |
fig. 148 |
Confrontando queste sequenze con quelle di un film di tipo didattico/promozionale prodotto nel 1953 dalla US Navy e disponibile anche su YouTube, mi sono accorto che uno dei componenti l’attrezzatura di salvataggio, di cui il Momsen Lung costituiva l’elemento principale, nell’opera cinematografica non era stato utilizzato. Si trattava degli occhiali speciali mostrati nella Fig. 149. Questi occhiali, come spiegato nel filmato della US Navy, servivano ai due scopi descritti qui di seguito:
- proteggere gli occhi degli operatori all’interno del sommergibile (Fig. 150) in caso di presenza di vapori di cloro, spesso emessi dalle batterie del sommergibile quando queste entravano in contatto con l’acqua di mare. Questi vapori, oltre ad essere estremamente velenosi quando respirati, erano anche molto irritanti per gli occhi
- consentire una buona visione anche durante la fase subacquea di risalita in superficie (Fig. 151 e 152). La speciale valvolina posta nella parte superiore centrale degli occhiali doveva essere chiusa prima di iniziare la fase subacquea dell’evacuazione.
fig. 149 |
fig. 150 |
fig. 151 |
fig. 152 |
Probabilmente la scelta di non impiegare questi occhiali nelle riprese era dovuta ad esigenze di una migliore visibilità delle espressioni del viso degli attori durante queste scene altamente drammatiche.
L’ultimo lavoro cinematografico dedicato alle imprese dei frogmen statunitensi durante la Seconda Guerra Mondiale che prenderemo in esame è “Quota Periscopio!” (Fig. 153), un film americano a colori prodotto nel 1959 e dal titolo originale “Up Periscope” (Fig. 154).
fig. 153 |
fig. 154 |
La regia del film è di Gordon Douglas mentre i principali attori sono James Garner (tenente Kenneth M. Braden), Edmond O'Brien (comandante Paul Stevenson), Andra Martin (Sally Johnson), Alan Hale Jr. (tenente Pat Malone), Carleton Carpenter (tenente Phil Carney), Frank Gifford (guardiamarina Cy Mount), William Leslie (tenente Doherty), Richard Bakalyan (marinaio Peck), Edd Byrnes (camerata Ash), Sean Garrison (marinaio Floyd). La trama del film è la seguente: al sottotenente Braden, sommozzatore della US Navy, viene dato l'ordine di raggiungere la base di Pearl Harbor per svolgere una importante missione. Dovrà imbarcarsi su un sommergibile e poi raggiungere Kosrae, una base della marina giapponese, infiltrarsi ed infine impadronirsi del cifrario segreto utilizzato nelle trasmissioni radio della flotta nemica. Durante il lungo viaggio di avvicinamento, il sommergibile viene più volte attaccato dai giapponesi. Nonostante alcune perdite e vari danni subiti, l'obiettivo viene raggiunto. Dopo aver raggiunto la costa nemica, grazie all’impiego dell'attrezzatura subacquea, il sommozzatore fuoriesce dal sommergibile in immersione e riesce a penetrare all’interno della base giapponese. Aiutato dalla fortuna, porta a termine la missione e torna in salvo a bordo del sommergibile il cui comandante, infrangendo le regole di sicurezza e mettendo a rischio l'intero equipaggio, ha deciso di aspettare il suo ritorno, restando nascosto sul fondo della baia nemica.
Nelle immagini estratte dal film e mostrate nelle Fig. 155, 156, 157 e 158, possiamo notare le principali attrezzature impiegate dal sommozzatore americano nel corso della sua missione. Anche in questo caso, questa attrezzatura è del tutto inverosimile e scelta non in base a quella realmente disponibile durante la guerra ma in funzione della disponibilità dei materiali nel periodo di lavorazione del film. Non si può poi escludere che l’impiego di determinate attrezzature venisse concordato tra i produttori e alcune aziende fornitrici. Queste ultime erano spesso disposte a procurare gratuitamente questi materiali in cambio del ritorno pubblicitario che la visione del film poteva garantire. Per quanto già detto per alcune delle opere analizzate in precedenza, l’impiego di una unità Scuba in circuito aperto durante la Seconda Guerra Mondiale è un falso storico sia per questioni temporali (lo Scuba non esisteva ancora) che per quelle prestazionali, non essendo questo apparecchio compatibile con le esigenze di occultamento degli incursori della Marina.
fig. 155 |
fig. 156 |
fig. 157 |
fig. 158 |
Di tutto l’equipaggiamento indossato dal sommozzatore americano abbiamo selezionato due elementi: l’erogatore e la maschera. Le pinne non sono ben visibili nelle scene subacquee e per quanto riguarda la muta questa era del tipo umido in neoprene, materiale che sarebbe stato usato per questi indumenti dall’inizio degli anni ’50.
L’erogatore impiegato nel film era un Divair modello “F” prodotto dall’azienda L. G. Arpin Company di West Caldwell (New Jersey) a partire dal 1954 e successivamente distribuito dalla californiana Healthways (Fig. 159 e 160). Questo era uno dei primi apparecchi a circuito aperto progettati e costruiti negli USA e concorrenti dell’Aqualung, modello derivato dal famoso autorespiratore ad aria Cousteau-Gagnan e poi prodotto per il Nord America dalla U.S. Divers (azienda poi acquisita dalla francese La Spirotechnique). Il Divair era fornito di un particolare boccaglio di elevate prestazioni, l’“Hope-Page” dotato di valvole unidirezionali e regolazione, progettato da Rory Page.
fig. 159 |
fig. 160 |
La maschera usata nel film da Braden era il modello “B4” prodotto dall’azienda Voit Rubber Corporation. Questa maschera (Fig. 161), insieme ad altre attrezzature subacquee, sarebbe poi diventata famosa perché impiegata da Mike Nelson (vedi Fig. 162), impersonato dall’attore Lloyd Bridges e protagonista della famosa serie televisiva “Sea Hunt”. Questa serie di 155 episodi fu trasmessa negli USA dal 1958 al 1961 e costituì una straordinaria campagna pubblicitaria per tutta l’industria della subacquea ricreativa.
fig.161 |
fig. 162 |
Questa carrellata sui lavori cinematografici dedicati alle imprese degli Uomini Rana o Frogmen delle Marine Militari durante la Seconda Guerra Mondiale e delle principali attrezzature subacquee impiegate durante le riprese di questi film termina qui. È stata anche l’occasione per ripercorrere le principali vicende belliche alle quali questi uomini coraggiosi parteciparono, sfidando spesso forze preponderanti e a volte sacrificando anche la loro libertà e la loro vita.
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