I DECOMPRESSIMETRI ANALOGICI DELLA SOS

I DECOMPRESSIMETRI ANALOGICI DELLA SOS
Andrea Campedelli

1960 - IL DCP
Nel 1960 l’ing. Carlo Alinari presentò all’assemblea generale della Cmas di Barcellona il decompressimetro, ossia il primo computer subacqueo analogico. Progettato da lui stesso in collaborazione con l'ingegner Victor Aldo De Sanctis, un pioniere nel campo della fotocinematografia subacquea col quale aveva fondato a Torino a fine anni “50 la SOS–Strumenti Ottici Subacquei. All’inizio avevano introdotto sul mercato i primi profondimetri a bagno d’olio ed ora mettevano in commercio  il Dcp, l’unico strumento automatico allora esistente per il calcolo della decompressione.

 

fig. 1a - Il DCP in plastica fig. 1b - Il DCP in acciaio inox

 

fig. 2 - iIl DCP le parti componenti fig. 3 - Il DCP schena di funzionamento

Semplice e affidabile, tecnicamente si basava su un principio pneumatico che andava a simulare la saturazione e desaturazione del compartimento tissutale dei 120 minuti e indicava i tempi no-deco o le eventuali soste di decompressione alle quote di 3-6-9-12-15 metri. Il Dcp aveva la cassa in plastica e rimase in produzione praticamente fino agli anni '90 quando fu realmente sostituito solo dai più evoluti computer digitali.
Oggi il principio che sfruttava può sembrare primitivo, ma per l’epoca fu una vera rivoluzione, tanto che divenne molto popolare tra i subacquei di tutto il mondo. Inevitabilmente, i diversi materiali utilizzati e alcune imperfezioni di produzioni causavano una certa "variabilità" dei risultati visualizzati, soprattutto in caso di discese ripetute, tanto che in alcuni ambienti gli valse il soprannome di "Bend-O-Meter". “Bends” dovuti in parte non a malfunzionamenti, ma ad alcune leggerezze abituali di molti sub o alla mancata verifica periodica del corretto funzionamento dell’apparecchio, come vediamo nel box a parte. Tuttavia, a convalidare la bontà del progetto ci furono intorno al 1975 le conclusioni dettagliate della Marina degli Stati Uniti, secondo le quale il Dcp presentava solo una piccola deviazione dai limiti di non decompressione rispetto alle tabelle della stessa U.S. Navy.

fig. 4 - le tabelle US Navy fig. 5 - funionamento del DCP in discesa

Per capire il funzionamento dello strumento, la cui cassa nel 1964 divenne in acciaio inox, dobbiamo immaginarlo al polso di un subacqueo che stia scendendo. La pressione ambiente che agisce sul sacchetto flessibile racchiuso al suo interno aumenta e, per la legge di Boyle e Mariotte, l’aria in esso contenuta viene forzata in una cameretta a volume costante, attraversando il filtro ceramico che simula l'assorbimento e l'eliminazione dell'azoto nel corpo umano. Questo aumento di pressione nella camera a volume costante determina uno scartamento del tubo di Bourdon il quale, tramite un meccanismo, va a indicare sul quadrante di momento in momento la quota minima alla quale si potrebbe tornare verso la superficie in sicurezza. Quando invece il subacqueo inizia effettivamente a risalire, per la stessa legge di Boyle e Mariotte succede che la pressione del gas nella camera a volume costante diventa maggiore della pressione esterna e il flusso di gas si inverte, provocando uno scartamento al contrario del tubo di Bourdon.
Il meccanismo ora va ad indicare sul quadrante l’effettiva quota minima alla quale sarà necessario fermarsi finchè l’indice non da il via libera per riemergere o per raggiungere una quota deco inferiore. Il decompressimetro nelle sue varie versioni e grazie alla bontà del progetto fu successivamente commercializzato anche da molte note ditte di attrezzature subacquee, quali Beuchat, Spirosub, Dacor, CressiSub, Mares, Scubapro, Technisub e altre.

1974 - IL QUATTRO TESSUTI
Visto il grande successo del DCP, la SOS nel 1974 immette sul mercato il decompressimetro DCM 4 a quattro tessuti, ovvero un modello basato sul principio del DCP ma che simula l’assorbimento e il rilascio dell’azoto non di uno ma di ben quattro tessuti. Il dispositivo è composto da 4 elementi modulari, corrispondenti a tessuti con tempi di emisaturazione di 10-20-30-40 minuti.

fig. 6 - Il DCM 4 tessuti

Ogni elemento ha un pomello di regolazione col quale si possono introdurre nel calcolo valori specifici, quali la temperatura dell’acqua e l’intervallo dall’immersione precedente. Gli elementi sono sostituibili con altri tarati su tessuti con emitempi diversi,  idonei alle immersioni professionali o particolarmente impegnative per profondità, durata, tipo di attività. Il funzionamento del DCM 4 è diverso dal DCP, in quanto in ciascun elemento modulare la pressione idrostatica spinge un fluido siliconico attraverso un elemento resistente in una cameretta chiusa da un pistone, il quale si muove contrastato da una molla. In risalita ci si ferma per la prima sosta deco quando l’indice del tessuto conduttore entra in zona rossa; quando c’è il via libera si rtorna a salire per fermarsi alla quota successiva più profonda tra le quattro indicate dai singoli elementi. Quando tutti gli indici escono dalla zona rossa ed entrano in quella gialla si può riemergere.

1975 – IL DCK
Nel 1975 la SOS lancia un altro prodotto, il DCK. Questo nuovo decompressimetro aveva il vantaggio rispetto ai modelli precedenti di una migliore chiarezza e leggibilità del display. Infatti il subacqueo poteva leggere i valori della decompressione in base a una linea gialla che si spostava su uno sfondo grigio contro delle bande rosse, le quali indicavano le profondità delle soste dai 15 ai 3 metri. Il funzionamento come nei modelli precedenti era molto semplice, così fino a quando l'elemento mobile non usciva dal settore della deco più fonda il sub non era autorizzato a risalire alla quota deco inferiore; quando l’indice abbandonava la zona rossa si poteva riemergere. Questo valeva per immersioni  dove il tempo di fondo segnato come BT (Bottom Time) non avesse superato i 30 minuti, altrimenti nel caso di tempi più lunghi, il subacqueo poteva risalire in superficie solo quando la caratteristica linea gialla lasciava le bande che indicavano il tempo di permanenza sul fondo (30 minuti - 1 ora o 1-2 ore). Dopo l'emersione, il DCK mostrava pure i valori dell'azoto residuo nel corpo del sub per l'attuazione del follow-up di decompressione, difatti la linea gialla scendeva lentamente verso sinistra per un massimo di 6 ore lungo la cosiddetta "Memory Zone", registrando la graduale eliminazione dell'azoto residuo dopo l'ultima immersione. Dopo 12 ore il subacqueo si poteva considerare completamente desaturato.

fig. 7

Questo decompressimetro è stato valutato come soddisfacente e fondamentalmente affidabile per immersioni normali fino a una profondità di circa 60 metri e, a differenza di altri modelli, poteva essere trasportato in aereo senza doverlo inserire in un contenitore a tenuta ermetica.
Una curiosità che riguarda il DCK era il suggerimento dato dal produttore ai sub più esperti per diminuire significativamente il tempo di decompressione. La procedura consisteva nel ridurre progressivamente la profondità delle soste di decompressione passando, ad esempio, dai 9 agli 8 metri dopo che l’indice raggiunge i 2/3 della banda dei 9 metri; poi passando da 8 a 7 metri quando è a 1/3, e così via. Coloro che chiedevano una maggiore sicurezza non sono stati incoraggiati a seguire queste pratiche ed il subacqueo poteva risalire in superficie solo alla fine, quando l’indice usciva dalla zona dei 3 metri.

1977/1979 – IL DCS  e IL DCS+Dt2  
Tra il 1977 e il 1979 la SOS porta sul mercato internazionale una serie di nuovi prodotti per la determinazione della decompressione. Il DCS era un decompressimetro modernizzato con scala analogica e cassa in acciaio inossidabile ed era dotato di un profondimetro capillare con scala fino ai 60 metri. Un'altra novità di questo modello era il trasferimento della pressione ambientale da parte di un trasduttore liquido, mentre le profondità delle fermate di decompressione erano le stesse dei tipi precedenti, cioè 15 - 9 - 6 - 3 metri. Il DCS veniva fornito con una custodia resistente alla pressione per il trasporto sull'aereo, in modo che non si starasse.   

fig. 8 - Il DCS fig. 9 - Il DCS+Dt2

Il DCS2/DT2 era diverso non tanto nei componenti di funzionamento, bensì nell’essere accoppiato ad un manometro analogico integrato che mostrava la pressione dell’aria nelle bombole, essendo collegato  da un tubo ad alta pressione alla porta HP dell’erogatore. Inoltre, il manometro avvisava il sub dell’aria minima necessaria per l'esecuzione delle tappe di decompressione indicate.

1980 - IL DCR
L’ultimo nato dei decompressimetri, il DCR, era anche il più completo in quanto progettato principalmente per le immersioni di carattere professionale. I valori visualizzati erano gli stessi delle tabelle di decompressione della Marina degli Stati Uniti. Questo specifico modello è stato pensato per immersioni ripetitive ed esposizioni straordinarie, con soste di decompressione estese anche ai 18 e 21 metri oltre ai canonici 15 2- 12 – 9 – 6 - 3. Un’altra grande differenza con altri modelli era che l'intervallo di superficie poteva essere impostato da 2 a 24 ore.

fig. 10 - Il DCR fig. 11 - il meccanismo interno del DCR

 

1983 – Il TABLE TIMER
Nel 1983 la SOS lancia il Table Timer, un dispositivo nuovo di zecca progettato per profondità fino ai 60 metri. I dati  delle tabelle di decompressione non avevano un'espressione numerica, ma venivano tracciati su una striscia avvolta attorno a dei rulli che a seconda delle varie quote deco mostrava dei diagrammi a colori per l'uscita o le fermate di decompressione.

fig. 12

Il funzionamento era molto semplice, bastava entrare in acqua e si metteva automaticamente in funzione il timer che a sua volta faceva spostare un puntatore di colore rosso lungo il diagramma selezionato, mostrando così la profondità delle soste di decompressione. Avendo inoltre le funzioni di programmatore d’immersione, sulla striscia era segnata anche la quantità di aria necessaria per ogni discesa e le lettere di gruppo di appartenenza per le immersioni ripetute.

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GLI ERRORI DEL SUB

Il più diffuso dei decompressimetri SOS è stato senza dubbio il DCP nelle sue due versioni in plastica e in acciaio inox, compagno inseparabile di milioni di immersioni in tutto il mondo per oltre vent’anni. Ed è stato anche la causa di diversi incidenti da decompressione, per fortuna quasi sempre di lieve entità, Pdd di tipo 1 denunciata da quei dolori articolari più o meno forti chiamati “bends”. Eppure tante volte – quante percentualmente è impossibile dirlo – quegli incidenti non erano affatto causa diretta dello strumento, ma conseguenti alla trascuratezza o a qualche “furbata” degli utilizzatori. Per quanto robustissimo, lo strumento poteva anche stararsi per qualche causa imprecisata, quindi iniziare a dare informazioni errate. Proprio per verificare la sua integrità, sul libretto d’istruzioni era indicata una semplice prova da fare periodicamente. Prevedeva di calare sott’acqua il Dcp sagolato e appesantito lasciandolo fermo alla profondità esatta di 30 metri per 30 minuti precisi, quindi di salparlo rapidamente. Appena in superficie la lancetta doveva trovarsi nella zona del secondo rettangolino rosso: qualora l’esito fosse diverso era assolutamente necessario fare revisionare l’apparecchio. Quanti si saranno ricordati di eseguire la prova di cui sopra almeno all’inizio di stagione? Poteva infatti accadere che nel polmone ci fosse un forellino capillare causato non importa da cosa, con la conseguenza di fargli perdere un po’ d’aria appena la pressione dell’immersione si faceva sentire. Un po’ oggi, un po’ domani, a un certo punto il polmone partiva quasi sgonfio e ben presto  in profondità non gli rimaneva abbastanza aria per far muovere il tubo di Bourdon, quindi l’indice sul quadrante. Il sub in risalita seguiva dati errati, ma non lo sapeva.
Una mancanza più grave erano le “furbate”, non poi tanto rare. Quando l’Indice del Dcp stava per uscire, poniamo, dal settore dei 6 metri diretto a quello ormai raggiunto dei 9, era sufficiente un salto di pochi metri verso l’alto per congelarlo nella sua posizione. Poi si proseguiva la risalita senza problemi fino a fare la prima sosta indicata ai -6. Ma evitando quel salto lo strumento avrebbe indicato lo stop a -9, senza considerare che lo staccarsi dal fondo tanto rapidamente è sempre stato il sistema migliore per scatenare le micro bolle. L’insieme di queste due furbate poteva portare a conseguenze decisamente peggiori di un semplice dolorino. E il DCP era innocente.

Luigi Fabbri

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