1. CORALLO ROSSO - LA PESCA ANTICA

1. CORALLO ROSSO - LA PESCA ANTICA
Andrea Campedelli

La leggenda narra che il corallo sia il sangue della mitologica medusa Gorgone, quella con una massa di serpenti al posto dei capelli, che strappato dal fondale marino e portato in superficie si induriva trasformandosi in rigidi rami. Cita infatti Calvino, traducendo le Metamorfosi di Ovidio: «Perché la ruvida sabbia non sciupi la testa anguicrinita (che ha serpenti al posto dei capelli), (Perseo) rende soffice il terreno con uno strato di foglie, vi stende sopra dei ramoscelli nati sott'acqua e vi depone la testa di Medusa a faccia in giù... La cosa più inaspettata è il miracolo che ne segue: i ramoscelli marini a contatto con la Medusa si trasformano in coralli, e le ninfe per adornarsi di coralli accorrono e avvicinano ramoscelli e alghe alla terribile testa». Così si credeva che il corallo rosso, molle in acqua, al tatto solidificasse e che fosse necessario uno speciale attrezzo di metallo (il Kourà) per la raccolta. Tale credenza è stata probabilmente favorita per la confusione che gli antichi facevano tra il corallo rosso, di consistenza solida ma viscido, e le gorgonie che hanno invece una consistenza flessibile. Fermo restando che il corallo nel mondo greco arcaico era molto raro, non v'è nessun dubbio che fu regolarmente raccolto e veniva pure utilizzato nella gioielleria, nonché esportato e commercializzato. Di evidenti tracce dell’uso del corallo ne troviamo ancor più in ambito Fenicio-Punico e nel mondo Celtico (dove si rileva un Symbolon in corallo) e soprattutto nell'Italia meridionale, mentre allo stato attuale delle conoscenze sembra essere praticamente assente tra gli Etruschi e pressoché scomparso in età Imperiale Romana. Quest'ultima strana assenza in realtà è in conflitto con le fonti dell’epoca, che lo citano spesso per scopi sia naturalistici che medici e ornamentali. Si è cercato di spiegare questo apparentemente scarso interesse dei Romani verso il corallo cercandone la causa nell'esportazione totale della produzione mediterranea verso il mercato Indiano, dove era apprezzatissimo e poteva essere scambiato alla pari con le perle, tanto che un grano di corallo valeva una perla. A dire il vero, anche nell'età precedente la rarità nelle aree d'origine mediterranee (Sardegna e Africa) è stata giustificata motivandola con la massiccia esportazione verso le zone Celtiche, ma quando poi si vanno a cercare tracce concrete del corallo Romano, indicato nei pochi testi come Alasandraka (Alessandrino), ci si accorge di avere assai scarsi riscontri. Difatti ad oggi la questione sulla pesca del corallo nel mediterraneo continua a proporre ipotesi molto suggestive, che stentano però a trovare una reale concreta conferma. A queste ricerche è stato dato ultimamente un contributo di rilievo dagli archeologi subacquei, i quali nel corso di alcune campagne di scavo su antiche navi naufragate hanno rilevato la presenza di carichi di tal genere. Effettivamente, una testimonianza che va nella giusta direzione la si è trovata su un relitto risalente alla fine del IV secolo a.C. rivenuto a Maiorca, dove un carico a forte componente Fenicio-Punica ha restituito diverso corallo rosso pulito. Un altro riscontro importante lo si è trovato in una delle imbarcazioni greco-arcaiche scoperte nel porto di Marsiglia, sicuramente utilizzata per la pesca del corallo dato che i frammenti ritrovati erano rappresi nell'impeciatura interna dello scafo. Difatti, dopo attenti e scrupolosi esami si è giunti al risultato che non possono certamente fare parte di sedimenti portuali, ma che sono finiti nella pece rammollita durante la pesca in mare sotto lo scottante sole del Mediterraneo. Questa sostanziale scoperta testimonia la pratica della raccolta del corallo alla fine del VI sec. a.C. in una delle più importanti zone indicate da Plinio nella sua Storia Naturale. Il costante ritrovamento di corallo in tanti relitti è un evidente indizio del suo scambio tra i popoli del Mediterraneo. La ricerca archeologica subacquea ci da chiarimenti anche sugli arnesi utilizzati e sull'ubicazione dei banchi sfruttati, destinati già allora a giungere molto presto all'esaurimento costringendo a trovare nuove zone fruttifere. Paragonando alcuni scritti di due autori diversi quasi contemporanei del I sec. d.C., questi ci rivelano notevoli differenze nell'indicazione dei luoghi di raccolta del corallo. L'attenzione del medico botanico Dioscuride si concentra sul Canale di Sicilia e si limita a menzionare Pachino presso Siracusa, dove è presente uno dei più importanti stabilimenti antichi per la lavorazione del pesce in Sicilia, che sicuramente si occupava pure di corallo, come dimostrano i frammenti presenti nelle fessure del pavimento dell'impianto. Il naturalista Plinio, attingendo a fonti più recenti, oltre a segnalare il corallo Gallico e Siculo (presso le Eolie e Trapani), indica l’incremento dei centri di pesca includendovi persino il Mar Rosso ed il Golfo Persico, località molto importanti non tanto per una varietà di corallo più scura denominata Lace, ma perché situate sulla rotta dei traffici con l'India, un mercato che, come detto, richiedeva quantità ingenti di corallo rosso dal Mediterraneo.

 

Fig. 1 - Riproduzione di una carta che indica le zone di pesca del corallo rosso nel Mediterraneo utilizzate nell'antichità

Oltre le varie e assurde spiegazioni antiche del termine «corallo», Plinio ne propone una che fa espresso riferimento all'attrezzo utilizzato per «spazzare il buio mare e l'infelice riva» (Eschilo): il kourà, da cui ”corallo”. Anche se un'epigrafe rivenuta a Malta e tradotta dall'abate Fourmont, raffigurante uno Jupiter Urinator è stata riconosciuta come un falso del XVIII sec, è ormai opinione diffusa che al tempo dell’impero Romano gli Urinatores, che potremmo definire una corporazione di sommozzatori professionisti, raccoglievano il corallo anche a 20-25 metri di profondità o nelle grotte per mezzo di un ferro acuminato (Aut Acri Ferramento Praecidi).

 

Fig. 2 - Mosaico raffigurante un nuotatore Romano, detto Urinator

Gli Urinatores non disponevano di maschera e perciò avevano una visione molto indefinita del fondale, tanto da essere spesso indotti a strappare gorgonie rosse invece di corallo. Da tale equivoco potrebbe derivare l'antica credenza della pietrificazione del corallo, difatti per Plinio la molle gorgonia era espressamente corallo. Tutta la storia dei sistemi della pesca al corallo ha molte più ombre che luci, eppure le ricerche portano sempre più di frequente a ricondurre a questa alcuni reperti di difficile interpretazione, come nel caso di un manufatto in piombo  dalla forma insolita rivenuto a Cefalù (fig. 3). Un altro esempio è quello di una pietra particolare, inizialmente considerata un'ancora come molti reperti litici forati, mentre in seguito è stata vista diversamente e collegata pure essa alla pesca del corallo (fig. 4).

 

Fig. 3 - Manufatto di piombo di Cefalù

 

Fig. 4 - Scambiata a lungo per un'ancora litica, questa pietra forata era con ogni probabilità un attrezzo per la raccolta del corallo

Altro esempio è quello di una pietra presentata come ancora fenicio-punica (fig. 5). Poi è prevalsa l'opinione di interpretare l'insolito reperto come pietra di zavorra della croce lignea di S. Andrea (fig. 6), l'attrezzo utilizzato per la pesca del corallo quasi fino ai giorni nostri. Gli anelli di ferro e piombo, talvolta trovati insieme a questa pietra, sono stati considerati anelli di sospensione per i retini connessi all'attrezzo. Sembra che la pietra venisse fissata nella parte inferiore della croce e che superiormente l'attrezzo fosse appesantito con una zavorra di piombo (fig. 7). La semplicità dello strumento ha indotto a retrodatarne l'impiego a tempi antichi ed a supporre che anche una sorta di zavorra plumbea con fori (fig. 8) servisse per fissare le travi di una croce lignea per pescare il corallo. 

Fig. 5 - Zavorra per la croce di S. Amdrea Fig. 6 - Croce di S. Andrea Fig. 7 - Zavorra pumbea

 

Fig. 8/a - Zavorra plumbea con 5 fori Fig. 8/b - Utilizzo della zavorra a 5 fori

 

Se ci sono dubbi sugli attrezzi utilizzati nelle diverse zone di raccolta, siamo comunque certi che il corallo fu pescato dall'età arcaica sino alla caduta dell’impero Romano d’occidente (476 d.C.).  
In alcuni posti occasionalmente veniva anche lavorato e ciò dovrebbe indurre a pensare che sia esistito pure qualche problema sollevato da tale attività, con la necessità di regolamentarla con opportune norme: disciplina delle zone di pesca, rapporti tra armatori e pescatori, formazione di società per il finanziamento dell'impresa, forme di compartecipazione agli utili, rapporti con mercanti e grossisti, privilegi ed esenzioni. Se per l’èra antica abbiamo scarse certezze, nell’età moderna le ombre si dissolvono rapidamente, risalendo agli anni 1628-1633 la compilazione del codice corallino della città di Trapani. È questo il primo regolamento di cui abbiamo traccia per la disciplina di tutti i problemi riguardanti le attività legate al corallo.

 

Anche se il codice redatto a Trapani diede un certo ordine all’ambiente dei pescatori di corallo, questo non impedì  che nel 1672 -“73  si sollevasse una rivolta a causa dei soliti problemi relativi allo sfruttamento delle zone di pesca. Un'altra tappa fondamentale nel tentare di normare la pesca del corallo è l'emanazione del Codice corallino nel 1790 da parte di Ferdinando IV di Borbone, per tutelare la pesca e la lavorazione del Corallo in quello che sarà dal 1816 il Regno delle Due Sicilie.

I SISTEMI DI PESCA
I sistemi per la pesca del corallo non sono cambiati poi molto dall’epoca antica a tempi relativamente recenti, difatti attrezzi quali la Croce di Sant’Andrea, la Barra Italiana e altri verranno usati nel Mediterraneo fin quando non saranno banditi del tutto negli ultimi anni del XX secolo. Questi apparecchi, provenienti in massima parte da Livorno e Marsiglia, erano per lo più costituiti da pesi o rastrelli destinati a rompere il corallo, abbinati a contenitori, reti o sacchetti di cotone per il recupero dello stesso. Il funzionamento era molto semplice. Una volta calato l’attrezzo collegato ad una lunga cima arrotolata sul fondo della barca, si attendeva che questo toccasse il fondale. Poi si procedeva al recupero dei rami e frammenti rimasti impigliati nelle reti. Questo sistema, praticato da barche a remi equipaggiate con 6-8 persone, era per lo più utilizzato sotto costa e fu di uso comune sino all’avvento del motore; in seguito si ricorse ad un naviglio sempre più grande e potente, capace di pescare a profondità molto elevate e con Ingegni sempre più grandi, compiendo veri e propri disastri sui fondali.

Fig. 10 - Barca corallina classica

Dalla preistoria all’epoca classica il corallo fu semplicemente raccolto sulla battigia quando veniva spiaggiato dalle mareggiate, o trovato nelle comuni reti da pesca se incidentalmente impigliato nelle stesse. Per quanto riguarda quale sistema di pesca sia stato praticato per oltre mezzo millennio dopo la fine dell’impero Romano lo si ignora. Sappiamo solo che in un momento imprecisato del Medioevo, probabilmente nel corso dell’espansione Islamica nel Mediterraneo, si iniziò a usare l’Ingegno a Croce di S. Andrea, attrezzo probabilmente di matrice Araba che sarebbe stato utilizzato in diverse  varianti sin quasi ai giorni nostri. Era composto da due travi di legno incrociate di varie lunghezze, dotato di una zavorra litica all’incrocio successivamente sostituita con una di piombo, e sostenuto da una robusta fune di collegamento con un’imbarcazione. Alle estremità delle travi erano fissate le Retazze, pezzi di rete pendenti a fiocco, a sacco o liberamente, lunghe anche 7-8 metri. L’uso era semplice, i marinai con adeguate manovre dall’alto facevano strisciare lungo le rocce l’attrezzo che spezzava i rami di corallo, per poi restare impigliati negli spezzoni di rete. Esistevano come s’è detto diverse versioni dell’Ingegno, a seconda dell’epoca, del luogo di pesca, della flottiglia e delle caratteristiche morfologiche del fondale: a Croce Variabile, a Croce Greca, a Croce di Lorena, con Asse Lungo, con Zavorre e Reti anche lungo i Bracci, a Travi Corte o Lunghe (anche diversi metri). In conclusione Ingegni piccoli e grandi, manovrati da pochi o tanti pescatori sia a mano che a verricello, su imbarcazioni di diverse dimensioni chiamate Coralline. Nel tardo Rinascimento ricomparvero, affiancandosi alla Croce, altri tipi d’ingegno che avrebbero avuto una fortuna più limitata nel tempo e nello spazio. Erano la Salabra o Salabre, soprattutto usata in Provenza e Spagna, e molto più di recente la Barra Italiana, adatto soprattutto per la pesca sistematica alle maggiori profondità. Purtroppo, negli ultimi 500 anni l’uso indiscriminato di un sistema demolitivo come l’Ingegno ha causato gravissimi danni all’habitat marino. Tanto che nel 1989 una legge italiana ne ha bandito l’utilizzo, seguita nel 1994 da una direttiva della Comunità Europea, con la quale è stato definitivamente vietato in tutti i Paesi del vecchio continente. Da allora la raccolta del corallo è diventata esclusiva prerogativa di subacquei autorizzati, con regole e limitazioni strettissime. Ma questa è un’altra storia.

ATTREZZATURE E CONGEGNI 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fig. 11 -  INGEGNO A CROCE O CROCE DI SANT’ANDREA - Constava di due grosse travi di legno duro (Coscioni) lunghe 70 cm o più fissate a croce. Nel punto di intersezione vi era una pesante zavorra, mentre all'estremità di ciascuna trave erano assicurate delle reti a grosse maglie, pendenti a fiocchi più o meno voluminosi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

FIG. 12 - TORTA O TORTOLO. Si trattava di un anello di ferro del peso di circa 80 kg per le barche da 15/20 tonnellate e solo di 20/30 kg per le barche più piccole. Serviva per liberare l'ingegno quando rimaneva incagliato tra gli scogli, facendolo correre lungo il cavo per far sì che cadesse con violenza  liberando l’attrezzo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

FIG. 13 -  SBIRO. Era un pezzo di legno ottagonale, lungo 80 cm per le barche più grosse o 50 cm per quelle più piccole; il diametro era di 27 cm nella parte superiore, di 34 cm in quella inferiore. In alto erano fissati alcuni pesi da 4 kg ciascuno, un solo grosso peso nella parte inferiore. Sugli spigoli di ciascuna faccia erano piantati grossi chiodi con lo scopo di far presa sulle reti dell'ingegno. Lo Sbiro veniva fatto scorrere mediante una gassa lungo il cavo dell'ingegno perché potesse far presa sulle reti, poi con forti strattoni si cercava di liberare e recuperare il tutto.

 

 

 

 

 

 

FIG. 14 - INGEGNO CHIARO. formato da due aste di legno lunghe dai 6 ai 7 metri per le barche più grosse, fissate a croce come nel caso precedente e zavorrate; alle quattro estremità erano saldamente innestati quattro raspini di ferro a denti ricurvi e dotati di un robusto pezzo di rete a maglie fitte il cui scopo era di recuperare frammenti di corallo che venivano staccati dall'azione dei raspini per poi cadere nelle reti di raccolta.

 

FIG. 15/a - 15/b - SALABRA O SALABRE. Si trattava di una trave di legno zavorrata alle cui estremità veniva fissato un anello dentato di ferro che faceva da bocca a un cestello di rete. Era manovrata da un’imbarcazione mediante 2 funi legate poco prima delle estremità, in modo da poterle imprimere un movimento basculante. Utile particolarmente per «grattare» le pareti e l’ingresso delle cavità rocciose.

Fig. 16 e 17 - La fig. 16 mostra la Barra Italiana, costituita da una barra di legno o di ferro lunga divrsi metri, zavorrata da catene pendenti intervallate da spezzoni di reti. La fig. 17 è un'antica stampa che illusttra come lavora l'ingegno a croce.

Fig. 17a/17b - Antiche stampe che mostrano l’uso dell’Ingegno

 

Dal film-documentario di Bruno Vailati "Pericolo negli Abissi" - 1978

 

Fig. 18 - A bordo della barca corallina i pescatori hanno recuperato l'ingegno ed ora raccolgono il corallo rimasto impigliato negli spezzoni di rete. 

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