MASCHERE VISIONARIE

MASCHERE VISIONARIE
Maurizio Baldinucci

Tra i tanti prodotti innovativi ed originali lanciati sul mercato dalla Scubapro non possiamo non ricordare la maschera “Visionaire” (vedi Fig. 1 e Fig. 2), messa in produzione dall’azienda statunitense negli anni compresi tra il 1965 e il 1970.

fig. 1 fig. 2

In quel periodo iniziale di vita dell’azienda, i due fondatori della Scubapro, Dick Bonin e Gustav Della Valle, non lesinavano sforzi ed iniziative per attirare le attenzioni e le preferenze dell’ormai vasto pubblico dei subacquei nordamericani, differenziandosi dai numerosi ed agguerriti concorrenti per capacità di innovazione e qualità dei prodotti. Questa strategia prevedeva anche la possibilità di acquisire brevetti o prodotti inventati e sviluppati da privati o da piccoli costruttori, migliorarli ove necessario e poi costruirli in serie e distribuirli con il marchio Scubapro. Questo tipo di approccio fu seguito anche per la maschera “Visionaire” inventata dall’americano Charles Hubbel Hawley (1921-1990) nel 1956 e brevettata nel 1957.

L’elemento più innovativo di questa maschera granfacciale Scubapro era indubbiamente il meccanismo di erogazione a domanda integrato nella maschera stessa. Questo meccanismo utilizzava come membrana di equilibrio l’intero vetro della maschera, montato su un telaio flessibile integrato nel facciale in gomma. Durante la fase di inspirazione, la depressione prodotta all’interno della maschera produceva un movimento del vetro verso l’interno, movimento in grado di azionare una normale valvola di erogazione di tipo “downstream” montata al centro della parte superiore del facciale (vedi Fig. 3 e Fig. 4).

La maschera poteva essere alimentata da un comune primo stadio (la Scubapro proponeva il classico MKII come mostrato in Fig. 5 o l’MKV), collegato a bombole indossate dal subacqueo, oppure da un gruppo di superficie costituito da una batteria di bombole o da un compressore, attraverso una manichetta a bassa pressione (vedi Fig. 6). Questa seconda configurazione, meglio nota come narghilè (o anche hookah negli USA), era preferita all’autorespiratore autonomo per lavori di tipo professionale di lunga durata e in basso fondale. La storia di Hawley e della sua maschera è raccontata dalla figlia Samara nel numero 54 della rivista Historical Diver, edita da HDS USA.

fig. 3 fig. 4

 

 

fig. 5 fig. 6

Sicuramente, l’idea di impiegare l’intero vetro della maschera come membrana del sistema di erogazione a domanda appariva geniale e, leggendo esclusivamente l’articolo della figlia di Hawley, nessuno avrebbe potuto mettere in dubbio che la paternità di questa soluzione fosse da attribuire allo stesso Hawley. L’articolo infatti è scritto dalla figlia di Hawley che ricorda il padre con un misto di affetto e di ammirazione per la sua carriera di inventore che aveva caratterizzato gran parte della sua vita. Tale articolo quindi non può certo definirsi completamente obiettivo e completo di riferimenti ad altri inventori o fabbricanti di apparecchiature simili. In realtà, come spesso accadeva durante quel periodo della subacquea per alcuni aspetti ancora pionieristico, le varie soluzioni messe sul mercato erano sviluppate a partire da idee e da brevetti di altri, aggiungendo varianti o dispositivi specifici che potevano migliorare le prestazioni o risolvere problematiche intrinseche nella soluzione originale. Nel caso della maschera “Visionaire” i principali riferimenti per Hawley negli anni durante i quali decise di dedicarsi a questo progetto, erano i seguenti:

  • Maschera granfacciale bioculare prodotta dalla Ohio Rubber Company per la U.S. Navy e basata sul brevetto di Victor Berge (vedi Fig. 7 e Fig. 8). Il sistema, modificato rispetto allo schema del brevetto e ampiamente utilizzato dalla marina americana durante la seconda guerra mondiale, veniva alimentato dalla superficie mediante una pompa ad aria a bassa pressione.
fig. 7 fig. 8
  • Maschera granfacciale professionale DESCO “Jack Browne” a flusso libero. Questa maschera (vedi Fig. 9 e Fig. 10) fu anch’essa progettata per le necessità della U.S. Navy durante la seconda guerra mondiale nei lavori in basso fondale, in alternativa al classico scafandro, molto più ingombrante e complesso da impiegare. Grazie alla sua semplicità ed efficacia questa maschera restò in produzione fino agli anni ’80. Come si può notare dalle figure qui sotto questa maschera, con la sua caratteristica forma triangolare, comprendeva una connessione con la manichetta di adduzione dell’aria dalla superficie, completa di rubinetto per la chiusura e regolazione del flusso d’aria, posta sul lato destro e di una valvola di scarico, montata sul suo lato sinistro. La maschera poteva essere equipaggiata con un sistema di comunicazione vocale, simile a quello previsto per i palombari.
  • Hydro-Pack della Scott Aviation. Questa maschera granfacciale, prodotta a partire dal 1954, era in realtà un autorespiratore ad aria completo a due stadi con bombola, rubinetteria ed imbragatura (vedi Fig. 11 e Fig. 12).
    E poi c’era naturalmente l’unità SCUBA per eccellenza e cioè l’Aqualung Cousteau-Gagnan che a metà degli anni ’50, grazie soprattutto alla diffusione commerciale di questo apparecchio principalmente da parte della U.S. Divers, era ormai diventato molto popolare in Nord America e costituiva il naturale punto di riferimento per i piccoli e grandi inventori che avevano qualcosa da proporre in alternativa a questo famoso autorespiratore. Si era nel pieno della cultura americana del “self-made man” che incoraggiava chiunque fosse dotato di ingegno e buona volontà a cimentarsi nella costruzione di apparecchiature, macchine e dispositivi, spesso impiegando pezzi e componenti di altri prodotti.
     
  • fig. 9 fig. 10
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    fig. 11 fig. 12

    Restano famose le riviste Popular Mechanics e Popular Science che arrivarono addirittura ad insegnare metodi per la costruzione del proprio autorespiratore subacqueo fatto in casa, impiegando sistemi di diluizione ed erogazione dell’ossigeno di aerei militari della seconda guerra mondiale, disponibili in gran numero e a costi irrisori come rottami.

    Questi piccoli inventori spesso cercavano di produrre oggetti con prestazioni simili o addirittura superiori di quelli presenti sul mercato ma con costi drasticamente ridotti. Ed infatti, in entrambi i casi mostrati in precedenza che illustrano maschere dotate di sistema di respirazione subacqueo, il costo di questi apparecchi era molto al di sopra delle possibilità dell’utente medio e c’era quindi un forte interesse tra gli appassionati delle attività outdoor nel trovare soluzioni anche di tipo artigianale ma di costo molto più contenuto. Charles Hubbel Hawley in particolare era interessato a trovare una soluzione per una maschera innovativa che consentisse la naturale respirazione terrestre, e cioè con il naso, al contrario dell’Aqualung che imponeva una respirazione abbastanza innaturale attraverso la sola bocca. La soluzione ideale sarebbe stata quindi quella di una comune maschera che copriva occhi e naso ma che lasciava la bocca all’esterno.

    Questa configurazione fu proprio quella che Hawley propose nella sua domanda di brevetto n° 3.009.462 presentata il 1° Novembre 1957 (vedi Fig. 13 e Fig. 14) e pubblicata dall’ufficio brevetti USA il 21 Novembre 1961 con la denominazione di Breathing and Viewing Apparatus.
     

    fig. 13 fig. 14


    Come si può notare dai disegni qui sopra la valvola di erogazione di questa maschera era di tipo “upstream” a spillo ed era montata nella parte inferiore centrale della maschera stessa. L’azionamento di questa valvola, che intercettava l’aria in pressione proveniente da una apposita manichetta, avveniva attraverso il movimento di tutto il telaio esterno della maschera, che comprendeva anche il vetro, e che era incernierato nella sua parte superiore. Abbiamo così trovato l’applicazione dell’idea di utilizzare il vetro della maschera come membrana di azionamento della valvola di erogazione e quindi potremmo attribuire a Hawley la paternità dell’idea stessa.

  • In realtà questo concetto era già stato proposto in precedenza da un altro inventore americano e precisamente da William B. McLean attraverso la domanda di brevetto n° 2.882.897 depositata il 15 Agosto 1955 e pubblicata in data 21 Aprile 1959 con il titolo Breathing Apparatus (vedi Fig. 15 e Fig. 16)

  • fig. 15 fig. 16

A ben vedere questa proposta di brevetto era molto simile a quella presentata da Hawley, avendo lo stesso principio di azionamento della valvola di erogazione attraverso il vetro della maschera. Questo vetro, montato sulla struttura in gomma, era progettato in modo da farlo ruotare durante la fase di inspirazione e farlo premere sul pistoncino di tenuta della valvola di erogazione, come mostrato nei disegni qui sopra.
La differenza principale stava nella posizione della valvola di erogazione, posta in alto nella domanda di brevetto di McLean, e nel tipo di valvola di erogazione, che era ancora di tipo “upstream” ma stavolta con movimento assiale anziché laterale. Come si può vedere McLean aveva anche previsto la soluzione con maschera granfacciale completa provvista di valvola di scarico a becco d’anatra, eventualità non contemplata nel brevetto di Hawley.
Sembrerebbe ora chiaro chi abbia avuto per primo l’idea del vetro da usare come membrana del sistema di erogazione se non avessimo rintracciato anche la domanda di brevetto del nostro Roberto Galeazzi Jr. (1911-1994), figlio di quel Roberto Galeazzi Sr. (1882-1956) che fu il fondatore dell’omonima azienda, nonché l’inventore della torretta butoscopica impiegata con successo anche dalla SO.RI.MA. durante la celebre fase di recupero dell’oro del piroscafo Egypt.
Galeazzi Jr., titolare di oltre 30 brevetti specifici per apparecchiature subacquee ed iperbariche,  depositò la domanda di brevetto n° 2.882.895 presso l’ufficio statunitense in data 26 Settembre 1956 ed ottenne la pubblicazione del brevetto per il suo Open-Cycle Breathing Apparatus in data 21 Aprile 1959 e cioè lo stesso giorno di pubblicazione del brevetto di Mclean! Addirittura il numero di brevetto di Galeazzi (2.882.895) risultava di due numeri antecedente rispetto a quello di McLean (2.882.897).
Questo brevetto (vedi Fig. 17), insieme al complementare n° 2.874.692, depositato in data 14 Settembre 1955 e pubblicato in data 24 Febbraio 1959 (vedi Fig. 18), costituiscono la base di rivendicazione dell’autorespiratore “Tricheco” che sarebbe stato distribuito dalla Pirelli dal 1955 al 1966 (vedi Fig. 19 e Fig. 20).
Nella domanda di Galeazzi si indica che il brevetto Italiano era stato depositato in data 1 Ottobre 1955 e cioè un mese e mezzo dopo la presentazione di quello di McLean. Ora sembra molto improbabile che i due inventori, avendo depositato i rispettivi brevetti in due paesi diversi e praticamente nello stesso periodo, si siano copiati l’un l’altro. Questa affermazione sembra giustificata anche tenendo conto del limitatissimo tempo necessario ad elaborare delle soluzioni tecnicamente diverse ma basate sullo stesso principio, come risulta analizzando le due domande di brevetto. E’ anche possibile che entrambi gli inventori abbiano preso spunto da una applicazione antecedente che utilizzava lo stesso concetto.
Analizzando il brevetto Galeazzi si può notare che questa soluzione, rispetto a quelle dei brevetti McLean e Hawley, pur conservando l’idea del vetro della maschera utilizzato come membrana di equilibrio per la valvola di erogazione, aveva di fatto vari elementi che la differenziavano nettamente rispetto ai brevetti dei due inventori americani e cioè:

  • La maschera Galeazzi nasceva già come maschera granfacciale che copriva naso e bocca e quindi si poneva ad un livello di maggiore complessità rispetto alle idee originarie di Hawley.
  • Il fulcro di rotazione del vetro della maschera Galeazzi era posto in basso (nella stessa posizione del corpo della valvola di erogazione anch’essa di tipo “upstream”) mentre nelle soluzioni McLean, Hawley tale fulcro era posto nella zona superiore della maschera.
  • La maschera Galeazzi funzionava attraverso un sistema a doppio riduttore di pressione, con il primo stadio di forma cilindrica affiancato alle bombole (vedi Fig. 18 e Fig. 20) ed il secondo stadio montato nella parte centrale inferiore della maschera stessa (vedi Fig. 17 e Fig. 19). Questa configurazione era molto più realistica rispetto alle idee originali di McLean e di Hawley che prevedevano un unico stadio di riduzione posto all’interno della maschera. Del resto l’idea dei due statunitensi era basata sulle conoscenze dell’epoca che non contemplavano ancora erogatori a tubo singolo con doppio stadio di riduzione della pressione. Quando questi iniziarono a lavorare sulle loro soluzioni di maschera, questo tipo di erogatore era ancora in fase embrionale negli USA e sarebbe diventato popolare non prima degli inizi degli anni ’60.
     
  • fig. 17 fig. 18

     
  • fig. 19 fig. 20

    Mentre non si hanno notizie di applicazioni pratiche e sviluppi successivi della soluzione McLean, Hawley costruì vari prototipi e varianti della sua maschera, senza però riuscire a dimostrare pienamente la bontà e la fattibilità tecnica dell’idea originale mostrata nel brevetto. Tale idea, ricordiamo, aveva lo scopo di produrre una maschera molto semplice, economica e facile da usare. Alcune foto di questi prototipi, tratte dall’archivio privato della figlia di Hawley, Samara, sono mostrate nell’articolo di HDS USA già citato in precedenza.

    Analizzando le differenze tra la configurazione definitiva che avrebbe assunto la maschera “Visionaire” Scubapro, nella sua versione finale distribuita al pubblico, rispetto all’idea brevettuale di Hawley, possiamo qui di seguito ipotizzare le problematiche che l’inventore americano dovette affrontare e le modifiche che introdusse per eliminare o ridurre tali problematiche

  • Il dispositivo di erogazione era costituito da una valvola a spillo, solidale con il telaio fisso della maschera e montata all’interno di un corpo tubolare. Questo corpo era a sua volta collegato con il telaio mobile della stessa maschera, telaio incernierato nella parte superiore della stessa. Il movimento laterale di questo elemento tubolare, appoggiandosi allo stelo della valvola a spillo durante la fase di inspirazione, ne causava la rotazione rispetto alla sua base di tenuta innescando così il flusso d’aria all’interno della maschera. L’esperienza applicativa di questo tipo di valvola in altri autorespiratori di quell’epoca (es. la prima serie dell’erogatore Mares Air King “S”) aveva dimostrato che questa non era adatta per una alimentazione in alta pressione direttamente dalla bombola, soluzione ipotizzata nel brevetto di Hawley, per i seguenti motivi principali:
    • La tenuta in materiale morbido della valvola a spillo (normalmente gomma) veniva rapidamente deteriorata all’aumentare della pressione che agiva sulla stessa tenuta. La durata risultava accettabile per pressioni di esercizio di pochi bar (e cioè per erogatori a doppio stadio) ma decisamente troppo breve per le alte pressioni esistenti all’interno delle bombole. Per risolvere questo problema la Mares, nell’erogatore Air King “S”, dovette inserire un riduttore di pressione a monte della valvola a spillo.
    • Il flusso d’aria prodotta dall’apertura della valvola a spillo era troppo violento e di difficile modulazione in caso di alimentazione con aria in alta pressione.
  • La soluzione brevettuale prevedeva una respirazione mista naso, per la fase di inspirazione, e bocca, per la fase di espirazione. Non sembra infatti ragionevole aspettarsi anche una espirazione attraverso il naso, visto che all’interno della maschera non erano previsti dispositivi di scarico. Questo tipo di respirazione è comunque piuttosto innaturale e probabilmente più complicata da apprendere di quella bocca-bocca impiegata normalmente negli Aqualung e negli autorespiratori successivi, senza considerare il disturbo provocato dalle bolle di scarico davanti al vetro della maschera. Come vedremo, questa limitazione sul tipo di respirazione rimarrà anche nelle versioni successive della maschera ed anche nella configurazione definitiva distribuita sul mercato.
  • Possiamo ipotizzare che l’impiego di questa maschera comportasse anche problemi con la compensazione delle orecchie, problemi che certo non si potevano risolvere utilizzando la classica molletta stringinaso (il naso doveva restare libero per effettuare l’inspirazione) ed infine anche concrete probabilità di appannamento della maschera.

    Dalla metà degli anni ’50, quando Hawley iniziò a lavorare su questo progetto, al 1965, quando la Scubapro cominciò a distribuire questo prodotto con il proprio marchio, la configurazione iniziale della maschera subì parecchie modifiche e tentativi di miglioramento. Quelli principali vengono riportati qui di seguito:
  • Aggiunta di un primo stadio riduttore di pressione tra la maschera e la bombola. Dalle foto contenute nell’articolo sopra citato sembra che il primo stadio accoppiato alla maschera sia stato quello dell’erogatore Rose-Pro model “56”, il primo erogatore a singolo tubo “moderno” prodotto negli USA dalla Rose Aviation Inc. a partire dal 1956 (vedi Fig. 21 e Fig. 22).

  • Spostamento della valvola di erogazione dalla parte inferiore alla parte superiore della maschera, come nel brevetto McLean. Questa soluzione, orientando opportunamente la valvola di erogazione, aveva il vantaggio di ridurre la possibilità di appannamento della maschera grazie al flusso d’aria che lambiva parzialmente la superficie interna della maschera. In concomitanza a questa modifica, la valvola a spillo iniziale fu sostituita da una valvola di tipo “downstream” dello stesso tipo di quelle che sarebbero poi diventate lo standard negli erogatori a singolo tubo a partire dalla fina degli anni ’50 (es. lo Scubair della Healthways o il Calypso della U.S. Divers).
     
  • fig. 21 fig. 2
  • Prima della fine del decennio furono fatti test prestazionali anche alimentando in parallelo la maschera con altri autorespiratori in produzione negli USA in quegli anni. Nell’articolo citato si vede un’applicazione con un erogatore a singolo tubo Aquamatic (vedi Fig. 23) e con un erogatore a doppio tubo Aqualung DA Aquamaster (vedi Fig 24), entrambi prodotti dalla U.S. Divers. In questo caso però la maschera fungeva da fonte d’aria addizionale, potendo il subacqueo respirare dalla bocca con un normale autorespiratore.
  • Dopo aver testato queste diverse configurazioni, il passo successivo fu quello di valutare una maschera in configurazione granfacciale e cioè con copertura di naso e bocca, configurazione che sembrava più interessante per un mercato di tipo professionale. Tra le varianti prese in esame ci fu anche quella della maschera con configurazione a “goccia” e cioè con vetro sferico in policarbonato, soluzione che dava dei vantaggi dal punto di vista del miglioramento dell’angolo di visibilità ma che comportava numerosi problemi dal punto di vista dei processi e dei costi di fabbricazione.
     
  • fig. 23 fig. 24
     
  • Scartata la soluzione del vetro sferico, si ripiegò sul più semplice ed economico vetro piano ma confermando la soluzione granfacciale. Fu data grande attenzione alla visibilità della maschera che restò di ottimo livello grazie alla grande superficie del vetro frontale, progettato con forma perfettamente circolare.
  • L’ultimo dettaglio che fu introdotto nel progetto definitivo della “Visionaire” consisteva nel tubo di espirazione disposto internamente alla maschera in posizione trasversale. Questo tubo, stampato integralmente alla struttura in gomma della maschera, aveva una foratura centrale dove appoggiare la bocca per scaricare all’esterno l’aria in uscita dai polmoni. Nelle zone di collegamento tra questo tubo e la parete laterale della maschera, erano installate due valvole unidirezionali a fungo (una per lato) protette da piccoli deflettori a griglia che consentivano l’uscita dell’aria espirata ma impedivano l’ingresso dell’acqua nella maschera (vedi Fig. 25 e Fig. 26).
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  • fig. 25 fig. 26

    Questa soluzione, pur richiedendo il ciclo misto di respirazione citato in precedenza (naso per inspirazione e bocca per espirazione) aveva l’indubbio vantaggio di ridurre il ristagno di anidride carbonica e la probabilità di appannare il vetro con l’aria calda e umida proveniente dai polmoni.
    Siamo così arrivati a metà degli anni ’60 e a circa un decennio era passato da quando Hawley aveva iniziato ad interessarsi a questo progetto. Come si può notare, il risultato finale era qualcosa di molto diverso dall’idea originaria e aveva trasformato una maschera, che avrebbe dovuto essere semplice e di costo contenuto per un pubblico prevalentemente sportivo, in un prodotto di tipo professionale, sicuramente più complesso e costoso rispetto agli obiettivi iniziali.
    La Scubapro credette comunque nelle possibilità di mercato di questa maschera e, nella fase iniziale, decise di metterla in vendita attraverso la propria rete di distribuzione. Infatti la produzione in serie della “Visionaire” era iniziata in forma artigianale già nel 1964 quando Hawley fondò l’impresa familiare “Visioneering Unlimited” nella quale lavoravano, oltre a lui, anche i figli. Dal racconto di Samara Hawley sembrerebbe che i particolari in gomma della maschera venissero importati dall’Italia, probabilmente grazie agli ottimi rapporti che aveva sviluppato Gustav Della Valle durante le sue esperienze lavorative precedenti.
    Nel 1966 però Hawley vendette a Scubapro i diritti di fabbricazione e le attrezzature di produzione della maschera e, da quel momento, la “Visionaire” divenne ufficialmente un prodotto Scubapro (vedi Fig. 27) con il suo logo stampato sul telaio metallico esterno della maschera (vedi Fig. 28).

    fig. 27 fig. 28

    La produzione di questa maschera terminò nel 1970 e, complessivamente, la “Visionaire” non ebbe quel successo che il suo inventore prima e la Scubapro poi si auguravano. Ed infatti in alcuni paesi, tra i quali l’Italia, il numero di esemplari venduti fu del tutto trascurabile (questo motivo, insieme al deperimento della gomma con la quale questa maschera era costruita, è uno dei motivi della sua rarità tra i collezionisti nostrani).
    Analizziamo ora le cause di questo insuccesso.
    Uno dei motivi fu senz’altro il prezzo che era sensibilmente superiore rispetto a quello di una normale maschera e di un erogatore separato, motivo condiviso anche da Samara Hawley nel suo articolo. Prendendo infatti come esempio il catalogo Scubapro del 1968, il prezzo di listino di una “Visionaire” equipaggiata con un primo stadio MKII era di 95 $ mentre il prezzo totale di una maschera base Scubapro (abbiamo preso come esempio il modello Marin che costava 5,25 $) con un erogatore MKII/R108 (che costava a listino 55 $) era di 60,25 $ e cioè più di un terzo in meno, differenza che il subacqueo medio non era disposto a pagare, anche perché non trovava quei vantaggi che avrebbero potuto giustificare tale differenza di prezzo.
    La “Visionaire” poteva essere competitiva dal punto di vista economico nei confronti di maschere granfacciali di tipo professionale ma, rispetto a queste, aveva alcuni problemi residui, che naturalmente non troviamo descritti nell’articolo della figlia di Hawley, e cioè:

  • Il ciclo di respirazione necessario nell’impiego di questa maschera (inspirazione dal naso e espirazione dalla bocca) rendeva impossibile l’applicazione di soluzioni che facilitassero la compensazione, tipo mollette stringinaso. Pertanto la compensazione restava uno dei problemi principali da risolvere nell’uso di questa maschera, problemi non di facile soluzione per un utente medio di tipo sportivo. Restava poi un ciclo di respirazione limitativo rispetto a quello offerto da altre maschere granfacciali che potevano essere normalmente impiegate respirando indifferentemente dal naso o dalla bocca.
  • L’impiego del vetro della maschera come membrana di equilibrio, anche se poteva sembrare un’idea brillante, comportava alcune limitazioni tecniche che non furono mai eliminate neanche attraverso le varie soluzioni e i numerosi accorgimenti proposti durante la lunga fase di sviluppo. Il problema risiedeva nel peso del vetro e nell’elasticità della parte del facciale che doveva consentire la rotazione di questo e l’azionamento della valvola di erogazione. Tale peso, molto superiore a quello di una normale membrana di un secondo stadio, aveva un effetto dinamico non eliminabile dal punto di vista della velocità di reazione durante la fase iniziale e finale dell’erogazione. E cioè l’inizio e la fine della fase di erogazione erano molto più lenti rispetto a quanto ottenibile con un normale secondo stadio, con la conseguente sensazione di eccessiva durezza di inspirazione avvertita dal subacqueo. Anche l’elasticità del facciale non poteva ridursi troppo per evitare situazioni di autoerogazione causati dal semplice movimento dell’acqua davanti alla maschera, movimento prodotto dal nuoto o da correnti di media/forte intensità. Anche cercando di ottimizzare questi parametri la maschera restò sempre molto più sensibile all’autoerogazione rispetto ad altri modelli concorrenti con vetro fisso.

    Dopo l’esperienza della “Visionaire” gli altri costruttori di maschere granfacciali abbandonarono definitivamente l’idea del vetro-membrana di equilibrio, soluzione affascinante e brillante come principio tecnico, ma del tutto velleitaria e deludente come applicazione pratica e prestazioni e si concentrarono su altri aspetti fondamentali, quali la riduzione o l’eliminazione dell’accumulo di anidride carbonica, la semplicità di compensazione e la resistenza all’appannamento.
    Tuttavia, anche con i miglioramenti introdotti negli anni successivi e con tutte le iniziative di carattere promozionale e didattico (vedi corsi Full Face Mask introdotti negli anni ’90 da alcune didattiche ricreative), di fatto questo tipo di maschera non è riuscita a penetrare definitivamente il mercato della subacquea ricreativa e resta ancora associata ad impieghi di carattere professionale, militare e scientifico.
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